Ci lascia con la maschera di Trilussa. Il nostro ricordo:la signora virgola
Dichiarazione Lenin Montesanto-Direttore Otto Torri Sullo Jonio
CORIGLIANO ROSSANO - E tu che piagni, che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni che la genti dirà: Povero diavolo, te compatisco... me dispiace assai... Ma, in fonno, credi, nun j'importa un cavolo! Fa' invece come me, ch'ho sempre riso: e se te pija la malinconia coprete er viso co' la faccia mia così la gente nun se scoccerà.. 

D'allora in poi nascónno li dolori, de dietro a un'alegria de cartapista, e passo per un celebre egoista, che se ne frega de l'umanità! – Non sarà stato certo un caso se l’ultima interpretazione poetica di Giovanni SAPIA (https://www.youtube.com/watch?v=EEpggTdy8aA&t=11s), sempre vivo, brillante, pungente, raffinato, colto, riflessivo e sorridente sia stata dedicata, qualche giorno fa, in uno dei nostri consueti incontri a casa sua, proprio all’ironia della vita (e anche della morte) di cui sono intrisi i versi di TRILUSSA, nella celebre LA MASCHERA.

 

Tra i tratti ed i ricordi che stanno emergendo e che emergeranno sulla figura di questo gigante, credo sia proprio la grande, inesauribile e disarmante ironia la qualità ed il distintivo caratteriale che non riusciranno mai a dimenticare quanti, come me, hanno avuto l’opportunità di conoscerlo e di viverlo da vicino, negli eventi pubblici di elevato spessore e nei tanti caffè filosofici in piazza, nelle iniziative più diverse in tour nel territorio (indimenticabili le sue lezioni in piazza agli studenti dell’Euromed Meeting!) e poi a tavola: a casa o fuori, in quei covi di quella tradizione enogastronomica più autentica di cui Egli era non soltanto ricercatore ed estimatore ma anche e fino all’ultimo esperto ed esigentissimo conoscitore e suggeritore.

 

Ho trascorso molto tempo insieme al Maestro Giovanni SAPIA. Lo conosco sin dal mio ingresso al Liceo Classico San Nilo. Ma è dal mio ritorno professionale nella Città del Codex, negli anni 2000, che ho imparato ed apprezzato a viverlo, a strettissimo contratto. La mia formazione post laurea, quella diciamo più antropologica, costruita nel corpo vivo del territorio e faccia a faccia con la weltansghanug locale, la riconosco a Lui. Ho raccolto tante delle sue riflessioni, delle sue analisi, delle sue provocazioni e dei suoi progetti, alcuni dei quali non siamo purtroppo riusciti a portare a termine.

 

Ma, attraverso la sua laicità di pensiero, ho registrato anche la sua amarezza e le delusioni, tra le diverse quella sottesa alla battaglia non solo morale che Egli seppe e volle portare avanti rispetto alle sconcertanti concordanze tra il suo meraviglioso ROMANZO DEL CASALE ed il film BAARIA del regista Giuseppe TORNATORE. Tuttavia, senza che Egli abbia mai perso la sua inguaribile e sorridente ironia.

 

Ed è proprio con questa declinazione e con questo spirito che, tra i tantissimi momenti che ho avuto l’onore di vivere al fianco di questo – ripeto – gigante che non riusciremo a sostituire, ci piace ricordarlo, con un intervento (sulla lingua e sul suo rapporto con l’unità della Nazione) che Egli fece in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia a Palazzo San Bernardino, rivolgendosi come sempre appassionatamente alle nuove generazioni; uno dei suoi discorsi recenti più ricchi e più belli e che insieme a Lui, da quel momento, battezzammo, LA SIGNORA VIRGOLA.

 

(..) E mentre la lingua è ferita da più parti, la Scuola ne resta, per sua natura, vigile sentinella, e perciò ha il dovere di tornare, se non lo fa, alla grammatica, a cominciare dalla fonetica e dall’interpunzione. Chi lo ha detto, ha scritto e gridato tante volte, che la punteggiatura vive nel regno delle libertà, intatta da regole e freni? Io che parlo punteggio di norma di natura: ho a mia disposizione il tono e la pausa: col primo comunico, ribadisco, affermo, esclamo, interrogo, coll’altra congiungo, separo, distanzio, ricollego, raccolgo; due naturali strumenti della logica e dell’espressione, che nello spirito hanno bisogno del loro equivalente: i segni. Diversi per qualità, più o meno intensi di valore, essi riproducono fedelmente il cammino del pensiero; rappresentano, rispetto a chi legge ed ha necessità di capire, la logica, il buon senso, il galateo e un biglietto da visita di serietà, di sicurezza, di disciplina. Predomina tra essi il più piccolo, quello che io chiamo la signora virgola, scorrazza con la forza e l’autorità che le viene dalla sua estrema mobilità, e da questa ginnastica compone le figure della logica, anche nelle sue sfumature, delimita, isola, allinea i concetti, riunisce anche quando sembra separare, assiste o meno l’attributivo, l’appositivo, il relativo a seconda della loro natura essenziale o accessoria; con un leggero spostamento muta l’odio in amore, la scienza in ignoranza, toglie senso alle cose, afferma o nega, assolve o condanna. In definitiva questa signora dello scritto può fare da test alla capacità logica e critica e, complessivamente anche del carattere dello scrivente, attraverso una gamma che va dall’irresponsabilità e dalla sciatteria all’ordine, alla responsabilità, alla precisione, alla lealtà. Al rigore, anche alla pedanteria. Un complesso test a disposizione dello psicologo”.

 

 


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