Prendiamo un terreno vicino ad un torrente, o dentro il letto di un torrente , ci costruiamo un palazzo o una piccola casa, diciamo abusivamente , poi il comune ci fa pagare un “condono”, una multa e il guaio viene risanato. L’abuso diventa legale. Peggio la Regione Calabria attraverso una sua prestigiosa istituzione concede permessi di costruzione in aree di pertinenza di torrenti e fiumare, e i comuni recepiscono questa norma nei propri piani di fabbricazione o regolatori. 

 Un giorno, un terribile giorno di agosto 2015 , la natura a seguito di un violento acquazzone si riprende ciò che gli uomini avevano occupato e distrugge case, automobili, magazzini e tante proprietà piccole o grandi che siano. La magistratura indaga e dopo anni di inchiesta difficile incolpa duecento cittadini, imprenditori, professionisti, impiegati dello stato, della regione o del comune di avere ignorato o non rispettato le regole di sicurezza che impongono di costruire lontano dai corsi d’acqua. Qual è la verità? Quella che ci fa comodo o quella che ci impone di non costruire dove la natura non lo consente? Secondo i cittadini basta che un funzionario del comune o della regione chiuda un occhio ed io posso costruire, oppure se lo faccio di mia iniziativa domani il comune mi condonerà l’abuso, cioè mi farà pagare una multa e tutto sarà risolto. Secondo la natura invece le cose non stanno così. Durante l’agosto del 2015 il torrente Citrea ed altri torrenti tra Corigliano e Rossano invece ci hanno ricordato che i letti dei torrenti non vanno occupati, e che le fogne vanno costruite secondo criteri di sana e corretta distribuzione delle acque separandole dalle acque bianche . Se invece i comuni raccolgono abusivamente le acque di fogna nelle condotte delle acque bianche che poi finiscono nei torrenti, o peggio ancora costruiscono raccolte abusive di acque luride nei torrenti, quando piove molto i corsi d’acqua non riescono a far defluire le acque e l’acqua straripa provocando disastri. Insomma qui ci sono regole di sicurezza idrogeologica, di fabbricazione, di ingegneria civile ed ambientale che sono state bellamente ignorate negli anni del boom edilizio , questo non solo a Corigliano Rossano, ma in tutta la Calabria, e non solo. La magistratura ci ricorda che il territorio non è un osso da spolpare secondo il nostro appetito , ma un dono che abbiamo ricevuto dalla natura e che possiamo utilizzare non a nostro piacimento , ma rispettando le regole di buon senso, di sicurezza e di corretta ingegneria . Chiunque se ne dimentichi, o comunque non le rispetti si rende responsabile di tanti guai e disastri che prima o poi la collettività sarà costretta a pagare. 2+2=5? NO, non fa cinque all’italiana, ma fa 4 e benvenuto sia quel magistrato dello stato italiano che ce lo ricorda. Ho combattuto per molti anni in famiglia per non avere una casa vicino al mare , proprio perché sulla costa calabrese, sia essa jonica o tirrenica vi è una concentrazione di corsi d’acqua, strade, infrastrutture , case e palazzi, tale che si corrono dei rischi seri in caso di alluvione o di mareggiate . Tra l’altro il nostro territorio calabrese spesso è esposto a violenti terremoti che in tante occasioni nella storia hanno provocato violenti maremoti o tsunami che hanno distrutto villaggi e intere città. Quindi è bene non dimenticarselo, prima di investire i propri risparmi in zone a rischio.

FABIO MENIN
 

 


Commenti   

commodity
0 #1 commodity 2018-07-07 13:47
da quel che si comprende dalla ricostruzione della magistratura inquirente l'ambiente naturale devastato sarebbe icastico di una macchina del consenso in cui i beni ambiental sarebbero stati usati come merce di scambio. Fermo restando la presunzione di innocenza dei singoli imputati fino all'ultimo grado del processo, sembra una chiave di lettura delle dinamiche del territorio tutt'altro che banale.
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