A trent’anni dalla scomparsa di Felice Calabrò, il ricordo di Francesco Ratti

A quindici anni, mentre l’estate finisce, puoi pensare solo a divertirti ancora un pochino prima che quel grande problema chiamato scuola venga a bussarti sulla spalla sussurrandoti “dai, che fai le ultime cose all’aria aperta che fra qualche giorno tornerai a stare seduto per ore dietro ad un banco”. Probabilmente era così per molti di noi in quell’estate del 1996, data che a ripeterla ad alta voce ti viene male per quanto tempo è passato.

D’altronde, se sei di quelli che trent’anni fa avevano già l’età per portare il motorino, un qualche pensiero sulla vecchiaia ti conviene cominciare a farlo. Era una Rossano più viva, quella del 1996; il Liceo Classico aveva avuto tante di quelle iscrizioni che si era dovuto sorteggiare gente per creare sezioni nuove. Il primo anno, detto allora Quarto Ginnasio che manco nei film di Amedeo Nazzari, era finito più o meno senza scossoni spalancandoci davanti un’estate intaccata brevemente solo dalla delusione per l’eliminazione della Nazionale ai gironi degli Europei.

Sarà stata bella anche per uno di quei ragazzi con i quali ero riuscito a legare meglio in quel primo sperduto anno di Liceo, quel Felice Calabrò dall’occhialetto tondo e dalla battuta facile. Uno dei ricordi più vividi, dopo tanti decenni non è neanche semplice rivangare nella memoria, resta quello delle prime sigarette fumate di nascosto fuori dalla sala giochi. Nascondevamo poi i pacchetti, comprati in società, nelle fioriere che una volta si trovavano all’imbocco della via della cassa mutua.

È un ricordo un po’ scemo, direte voi, ma tenete conto che purtroppo abbiamo avuto meno di un anno di tempo. Oggi non c’è più la sala giochi, non ci sono più le fioriere, non c’è più neanche Felice, la cui rincorsa gioiosa verso il futuro si è fermata contro un anonimo e inutile palo della luce di una contrada di montagna. Uno di quei pali mezzi scorticati buoni solo a farci pisciare i cani, che non diresti mai capace di poter far concludere l’esistenza ad un ragazzo di quindici anni manco compiuti. Eppure, è andata così.

A distanza di trent’anni tutto si copre di polvere, anche i ricordi, eppure sono sicuro che tanti di noi conservano ancora la foto plastificata di Felice, quella che per sceglierla ci vollero giorni, col bosco dietro. Ogni tanto probabilmente viene da provare a immaginarsi come potrebbe essere il Felice di oggi, anche se non serve a niente e non cambia niente.

Siamo tutti rimasti al 1996, a quel Quinto Ginnasio partito fra lacrime e ricordi, al piacere di vedere poi negli anni Alberto camminare nelle aule e nei corridoi del Liceo, a gioire per l’arrivo di una sorellina che probabilmente non si ricorderà nemmeno di tanti di noi. Ma sono sempre trent’anni di vuoto che il tempo al massimo può mitigare.

Ah, quasi dimenticavo di dirvi che davanti alla sala giochi ogni tanto a noi si univa un terzo. Lo chiamavano il cinese, vero nome Giovanni. A lui il destino ha riservato un infarto su uno schifo di autostrada quattro anni fa. Siamo carte su un tavolo che possono essere sparigliate al minimo soffio di vento, ma per fortuna esistono il ricordo e la memoria.

FRANCESCO RATTI