«La devianza giovanile è un triste fenomeno che ora, più che mai, investe le giovani generazioni senza distinzione tra le diverse aree geografiche della nostra Nazione. Partendo da questo dato e ritenendo imprescindibile che l’azione di prevenzione più efficace passa attraverso la formazione e l’ informazione,  nel penitenziario di Rossano,

che ho l’onore e l’onere di dirigere, è stato ideato e realizzato in collaborazione con il Dirigente Scolastico, Prof. Spataro,  dell’Istituto Professionale di Crosia un incontro dibattito di studio sulla legalità e devianza o, meglio,  sulla funzione del  carcere e sull’esistenza prima, durante, e dopo la pena.
Lo scopo è stato duplice: da un lato, mettere in guardia dagli effetti che produce la cultura dell’illegalità i giovani studenti dell’Istituto professionale per i servizi commerciali e – dall’altro- fornire uno strumento di cambiamento ai detenuti\studenti unitamente ad una speranza di reinserimento.
Il dibattitto si è aperto con l’analisi dei temi svolti dai detenuti condotta dal sacerdote dell’IIS, Don Michele, il quale ha sottolineato la passione che trasuda da tali svolgimenti e la percezione del disvalore perseguito fino a poco prima di entrare in carcere e cambiare irreversibilmente il proprio status civile. A seguire, il Direttore del Carcere, Dott. Carrà, ha svolto un’ampia rassegna delle tematiche scritte dai ragazzi dell’Istituto professionale che spaziavano dall’analisi sociale del fenomeno a quello individuale, e alla crisi delle istituzione ed dei valori con un ottimo accenno anche alla radice etimologica del termine mafia .
Abbiamo realizzato un convegno di altissimo profilo in cui il fenomeno mafioso-criminale è stato sviscerato in tutti i suoi aspetti. Mi ha molto colpito la definizione di mafia come “malattia dell’animo” che diventa malattia sociale se non adeguatamente curata. Così come ha lasciato esterrefatti sentire ( leggere) che per sfuggire al marchingegno mafioso in certi ambienti non basta la semplice volontà ma ci vuole un atto di coraggio .
I fin dei conti i ragazzi hanno capito come il carcere non può essere considerato una discarica ma un luogo di sincero pentimento e recupero del reo e questo a prescindere dal mandato costituzionale o cattolico ma, più semplicemente, perché , come è stato scritto, la legalità conviene! Se riflettiamo un attimo sulla circostanza che i ragazzi presenti al dibattito saranno i futuri professionisti del domani e che hanno già maturato questa consapevolezza si può anche immaginare lo stato di evoluzione sociale che si realizzerà in prospettiva ma anche lo stato di arretratezza che i genitori stessi vivono rispetto ai propri figli che, come mi è capitato spesso di ascoltare, vivono nelle sbarre virtuali del pregiudizio per cui gli effetti devastanti cominciano proprio al momento della riacquistata libertà.
I detenuti, dal canto loro, raccontandosi senza veli, hanno cercato di fare capire come il carcere sia una voragine nel percorso della vita dell’individuo che imprime, a coloro che hanno la sventura di entrarci, un marchio indelebile che si porteranno per il resto dell’esistenza.
Il riscontro a quanto sia devastante la vita fuori dalle mura il carcere una volta aperti i cancelli verso la libertà, è dato dall’altissima percentuale riferita al triste fenomeno della recidiva. Quella percentuale, comunque la si voglia interpretare, è una sconfitta per lo Stato e per tutte le Istituzioni intervenute sulla formazione del cittadino. Altrettanto preoccupante è il numero di giovani, soprattutto calabresi, che si affacciano alla vita delle responsabilità soggettive e fanno ingresso nelle strutture di difesa dello Stato, qual’è appunto il carcere: giovani che attratti nella sfera delle illusioni proposte da organizzazioni criminali e, probabilmente, dalla scarsa consapevolezza di quello che può derivare dall’oltrepassare la soglia della legalità, si tuffano in un futuro senza speranza, abbagliati da un effimero interesse materiale.
L’incontro è stato talmente significativo e partecipato che il Prof. Spataro e il Dott. Carrà, dopo uno scambio di targhe molto significativo, hanno concluso l’evento concordando sulla necessità di riunire gli elaborati dei giovani studenti e dei detenuti in un libro di futura pubblicazione che possa fare emergere quel flash di riflessione, magari a distanza di anni, che servirà a rammentare le conseguenze di un gesto, di una scelta, che può condizionare negativamente una intera esistenza in modo da offrirlo ai giovani quale strumento che li metta in guardia dagli effetti che produce la devianza.
Da queste riflessioni nasce lo stimolo a percorrere questi sentieri riconoscendomi  nel motto di San Francesco d’Assisi che affermava: “ Cominciate a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.”
Ecco, la linea che sto seguendo, in questo confortato anche dal Comandante di reparto Elisabetta Ciambriello e dal personale di  Polizia Penitenziaria operante a  Rossano, il significato delle varie iniziative che saranno svolte durante il mese di Maggio, hanno proprio questo obiettivo che è quello di andare oltre il “necessario” per fare il “possibile” e quindi arrivare all’impossibile coinvolgendo e sensibilizzando i giovani con esempi di vita, nell’auspicato e cercato cambiamento, anche culturale oltre che etico e morale, non si può prescindere dal preparare loro la costruzione di una strada da percorrere nel corso della loro esistenza. Una strada che possa essere percorsa con sicurezza o quantomeno con la consapevolezza dei pericoli che in essa si annidano.
In quest’ottica l’Istituto penitenziario di Rossano, con la sua umanità,  sarà presente alla Festa dei Giovani organizzata dal Vescovo Marcianò per il 12 maggio per contribuire all’accrescimento della società attraverso, come in questo caso, l’elargizione di contributi autentici che rappresentano l’interesse, il vincolo indissolubile, del mondo penitenziario al mondo libero, alla società.»

CASA DI RECLUSIONE ROSSANO- UFFICIO DEL DIRIGENTE
Dott. Giuseppe Carrà