Francesco Amantea, recentemente scomparso e con il quale ho vissuto in confidente amicizia, mi disse che non avrebbe amato che ci si ricordasse di lui  in morte. Non a caso fu un grande fotografo della vita. Con Enzo, mio coetaneo e compagno di opere ultra quarantennali  che tutte si sono consumate incorporandosi nella coscienza collettiva della Sibaritide e quindi nella sua antropologia, non abbiamo mai parlato di quell’argomento.

I nostri incontri, le nostre riflessioni erano sempre poco personali perché guardavano al futuro e qualsiasi post che si rispetti presuppone l’assenza dei protagonisti che l’hanno culturalmente determinato.

Specie in un luogo come il nostro privo di una classe Dirigente vera e propria, atteso che l’esistente e le precedenti in nulla hanno operato per un futuro migliore, limitandosi, quando era il caso, solo all’attualità.

Burocrati e Politici si sono sempre alleati per sconfiggere (anche al loro stesso interno) il meglio e ci sono riusciti emarginando sempre i figli migliori di questa Terra, non per la vulgata nemo profeta … ma per assenza di pensiero.

Un’assenza strutturale che meravigliava sempre perché non erano digeribili le disgrazie, le disavventure e i drammi collettivi che si sono vissuti per le grandi occasioni mancate … sulle quali scendevano, alla fine, i nostri sorrisi.

Mi piace ricordare il Suo, buono di sempre, con quella smorfia ironica stampata come una corazza sulla struttura da vero, indimenticabile, perché autentico, intellettuale.

Ombretta che lo ebbe convinto stimolatore della sua prima mostra sugli “Specchi” e Amerigo si uniscono alla disperazione di Valeria, della famiglia, compresa quella del grande Serratore e di tutta la Sibaritide