Sono ormai anni che è iniziata questa lotta per la salvezza del tribunale di Rossano e del territorio della Sibaritide. Certamente con segnali, specie inizialmente, molto timidi, nella situazione cittadina “insoliti” perché nuovi, rispetto anche alla problematica che veniva posta. Giunti ora ad un apice di questa battaglia, o per meglio dire, di questa vera e propria guerra, si potrebbero tirare delle somme, seppure, forse, ancora parziali eppure abbastanza nitide in confronto a quanto accaduto.

Da una parte c’è stata una debolezza politica, nel senso più ampio del termine, che ha posto istituzioni rappresentative del territorio sotto una luce non esattamente gloriosa, confermando lo scarso peso dato a questa terra dai “piani alti” tanto a livello regionale, quanto, sopratutto, a livello nazionale; dall’altra un inasprimento verso la chiusura del presidio di giustizia che, per i primi tempi, sembrava riguardasse solo certe corporazioni, selezionate e individuabili nettamente rispetto ad una stragrande maggioranza della società che intorpidita sonnecchiava tranquilla in questi mesi. Pur tuttavia, nell’imminente entrata in vigore del temuto decreto, la reazione della società, per quanto relativamente ancora debole, è divenuta più determinata e ampia che mai: basti guardare a determinati orari la zona del tribunale e le numerose testimonianze lasciate da parte di numerosi ordini, associazioni, istituzioni, movimenti…reazione che, per quanto forte, segna, evidentemente, un certo ritardo rispetto ai tempi in cui si è mosso il decreto. Perchè questo ritardo? Perchè questo sonno nei mesi precedenti? Nel corso del tempo, evidentemente, questa terra, questa popolazione, è stata abituata ad essere spolpata, depredata, spogliata di ogni tipo di servizio, diritto, struttura, beni, potenzialità a cui, impotente, ha assistito. Partecipando solo a guerre tra poveri, come questa, in cui non si mirava ad un bene comune ma ad un interesse particolare per spartirsi briciole gettate al vento dai palazzi romani, siamo ora giunti ad un limite. Il dado è tratto e l’avanzata è dovuta. Non possiamo più permetterci, come cittadini di questo territorio, altre spoliazioni, siano esse il tribunale o le ferrovie, i posti letto o le strade. Non si tratta di proclami campanilistici o da campagna elettorale, si tratta, ormai, di sopravvivenza, una prova di civiltà per chi vive ogni giorno in questo pezzo di mondo, per chi sceglie di restare in questa parte di Calabria. C’è bisogno di un progetto comune, così come lo sono le esigenze ed i diritti; occorre mettersi alla prova, alzare il capo, ragionare e cominciare a gridare. Che non sia strappato più un solo figlio a questa terra, che tutti quanti possano dire “Ho lottato per la mia terra”.

Francesco Laurenzano