Quale prevenzione nella pianificazione urbanistica? Caracciolo: quadro territoriale regionale paesaggistico
 Pianificazione urbanistica, sta qui la vera prevenzione. Urge il QTRP, il Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico, la mappa dei pericoli e dei rischi di origine naturale e di origine antropica. Allargare il dibattito al mondo della scuola. La prevenzione è anche informazione ed educazione, quella che una volta si chiamava educazione civica. E’ l’allarme che lancia Tonino CARACCIOLO, già Coordinatore Tecnico del PAI, già Sindaco di Rossano, e consulente esperto del QTRP.

Per qualche giorno ancora – dichiara – appariranno (a parte la stampa nazionale che qui non ha visto i tanti angeli del fango!) articoli sul dissesto idrogeologico spaziando dall’erosione costiera alle frane ed alle alluvioni (in realtà i rischi territoriali sono tanti ma poco noti). Quel che risalta agli occhi di tutti è l’assenza delle istituzioni. I Comuni in primis. Perché, se la soluzione del problema è la prevenzione, si converrà che il primo luogo dove essa si pratica è la pianificazione urbanistica.

I famosi Piani Strutturali Comunali, ormai famigerati per i continui rinvii, i quali, se fosse entrato in vigore il QTRP (Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico), dovrebbero obbligatoriamente contenere una mappa dei pericoli e dei rischi territoriali distinti in due classi: quelli di origine naturale (Rischio frana, Rischio alluvione, Rischio erosione costiera, Rischio desertificazione, deficit idrico, subsidenza, sinkholes, Rischio tsunami, Rischio sismico) e quelli di origine antropica (Rischio sanitario, Rischio ambientale, Rischio di incidente rilevante, Rischio incendio boschivo, Rischio erosione e consumo di suolo). Si tratta di una mappatura da redigere secondo un preciso disciplinare metodologico che lo stesso QTRP definisce.

Si pensi alle frane. Il QTRP prevede non solo che si censiscano quelle esistenti ma che si compia una analisi della suscettibilità alle frane. Si tratta di una metodologia oggetto di numerose ricerche che, sulla base del peso di vari parametri (litotecnica, copertura vegetale, uso del suolo, pendenze, ecc) definisce la probabilità che un versante possa essere soggetto a movimenti franosi. Una metodologia simile riguarda il pericolo delle esondazioni. Anche in questo caso i modelli afflusso-deflusso delle acque nei bacini idrografici  in uno con  il modello digitale del terreno consentono di definire lo spettro delle probabilità degli eventi alluvionali. Per l’erosione costiera un buon modello non può che essere basato sui dati meteo marini relativi ai fondali, alle correnti ed al moto ondoso.

è del tutto ovvio che una volta redatta la Carta dei Rischi ne discenda come conseguenza logica l’interdizione o la limitazione  all’uso, nell’ambito dei Piani Strutturali Comunali,  per una serie di attività antropiche a partire da quelle edilizie. So bene che a questo punto del ragionamento i Sindaci sollevano l’obiezione circa i costi di simili attività di prevenzione. Ma qui entra in gioco la Regione con il suo carico di responsabilità che  oltre a fornire ai Comuni assistenza, contributi finanziari e dati utili dovrebbe essa stessa essere prima attrice delle politiche di prevenzione dei rischi. Ma questo argomento potrà essere oggetto di un altro intervento tanto è vasta la materia ma giova sottolineare che senza un piano  intersettoriale e pluriennale per la prevenzione non si va da nessuna parte.

Qui basti segnalare che il QTRP è ancora fermo al Consiglio Regionale; che il Piano di assetto Idrogeologico attende un aggiornamento esaustivo, completo e attualizzato previa esecuzione di un volo (utilissimo ai Comuni) per fotografare lo stato attuale del territorio che oggi è disponibile a costo quasi zero; che la rete di monitoraggio meteo marino realizzato 12 anni fa per misurare le correnti ed il moto ondoso non funziona più; che la rete di 17 stazioni GPS della Regione  non viene utilizzata per il monitoraggio delle frane; che la Legge sull’amianto non è ancora attuata e quella sul radon è ferma come proposta al Consiglio Regionale, che la gestione delle foresta prescinde stranamente dalla protezione del suolo.

La complessità dei problemi, la loro natura intersettoriale e quindi interdipartimentale, richiede un nuovo e differente approccio che metta in primo piano la sicurezza del territorio il cui paradigma ancora una volta si chiama prevenzione. Forse, su queste tematiche non sarebbe inutili aprire un dibattito allargato alle scuole perché la prevenzione è anche informazione ed educazione, quella che una volta si chiamava educazione civica.