Questa non vuole essere un’apologia o un articolo in difesa degli animali. In realtà non vuole essere nemmeno un articolo per quanto senta delicata tale tematica, una vera e propria slavina interiore di trascendenza. L’uso degli animali nel circo è una barbarie, un atto sconsiderato e screanzato dell’Io umano che deve abbattersi inconsciamente con chi non è stuprato dall’Es e dal linguaggio. 

Chiunque abbia avuto a che fare con un felino conosce perfettamente la prima loro regola: non mi faccio addomesticare. Li venero anche per questo. Dall’istinto non scappi se non con droghe e con violenze. Ma, dall’altra parte del banco, c’è un aspetto che non riconosco con chi si professa animalista: cadere nella stessa trappola di chi ignora l’animalità. “Gli animali sono come noi, sono simili a noi”. Significa crearsi un mondo e non c’è atto più meschino e più deplorevole. Difendo i diritti del delfino e dei panda perché sono intelligenti o coccolosi. Conosco persone che vivono con animali dire: “Il mio cane, il mio gatto”, “ho sterilizzato il mio gatto”: in nome di che cosa ti arroghi il diritto di dire certe cose? 

La parola Animale è una trappola, è una recinzione tra loro e noi, e finché si userà nessuna etica sull’animalismo potrà reggere. Il loro senso nel mondo è di marcare quante mancanze ci sono nelle loro esistenza: linguaggio, sentimenti, pensieri astratti, dimenticando che ci insegnano che un’altra vita è possibile.

L’uso paternalistico degli animali: chiamarli amore mio, razze acquistate per moda, cani con il cappotto, trattare i gatti come peluche, è una violenza pari al tenere un leone un gabbia o ammaestrare una scimmia. Agli animali, però, si può dare rispetto. C’è un soppruso silenzioso e abominevole che sta aumentando giorno dopo giorno a Rossano ed è quello del randagismo, il loro unico delitto è quello di esistere e il supplizio da scontare è un’altra gabbia dove nessuno li andrà a vedere o a fotografare.

Il Circo  con gli animali – lo vorrei marchiare a fuoco- fa vomitare. Uno dei grandi insegnamenti di mio padre è stato quello – date le mie insistenze per farmi accompagnare – di lasciarmi piangere in bagno quando Togni veniva a Mirto, “gli animali devono vivere liberi” mi diceva, e mai mi ha comprato un pesciolino rosso o un cardellino. L’esempio è maggiore di qualsiasi manifestazione o presa di posizione. Agli animali non si può dare amore perché amare significa dare senza volere nulla in cambio. Noi non potremmo mai, loro si.

In conclusione, uno dei gli argomenti che da sempre più affascina l’essere umano è quello riguardante gli animali. Qualsiasi fascia di età e qualunque classe sociale ha un’opinione su di loro, e siamo anche molto sensibili e guerrieri quando ne parliamo. Ognuno, sia chiaro, è libero sia di manifestare e sia di riempirsi gli occhi con lo sfruttamento sistematico di Elefanti in testa in giù, di tigri nei cerchi di fuoco e di cagnolini in Tutù.

Parlare di animale è un terreno minato perché il punto di vista è sempre quello dell’essere umano. Anche chi possiede “un amico a quattro zampe” (che brutte parole) somministra ogni giorno piccole dose di violenze svilendo i suoi istinti basilari. Jacques Lacan, uno dei massimi psicoanalisti della storia, sosteneva : “gli unici cani depressi sono quelli che vivono in casa ed hanno padrone”. Animali e animalismo sono solo parole, gli esseri viventi non dotati di linguaggio non hanno bisogno di manifestazioni, avvocati o infermierini, hanno solo bisogno del loro ambiente, di vivere una vita per cui la natura gli ha messi al mondo, di essere rispettati nella loro diversità.

Di tutto ciò ne parla in “Filosofia dell’animalità” Felice Cimatti, uno dei più grandi filosofi viventi che insegna all’Università della Calabria. Sarebbe bello che qualche volta l’uomo, anche quando sostiene fiero: “Fido è il mio migliore amico”, riflettesse su cosa pensa di lui realmente il cane, cosa davvero necessita per vivere felice, che si rendesse conto come molte volte le case in cui vivono sono dei piccoli zoo (ora si chiamano bioparchi, ma sempre campi di concetramento legalizzati sono): c’è la cuccia, la ciotola, i giochi, lo si mostra agli ospiti e bisogna far rispettare delle regole e degli orari. Pensandoci, siamo un po’ tutti degli ammaestratori di tigri con dolci fruste nelle mani. 

Josef Platarota