
No, non faremo una filippica, per il momento, sulla fusione e bla bla blà (che comunque è e sarà l’effetto domino contro tutti i nostri mali), ma di ospedale cosiddetto “unico” o, “della Sibaritide” se si preferisce.
Un ospedale presentato dalla Regione almeno tre volte, guarda caso alla vigilia di importanti competizioni elettorali. L’ultima volta la rammentiamo tutti: al Castello ducale, lo scorso 23 novembre davanti ad una pletora di leccaculo e servi della gleba con annessa promessa, ovvero che i lavori sarebbero iniziati entro marzo 2017, data bella che andata da un pezzo. Quell’impegno, l’ennesimo, col passare dei giorni sta sciogliendosi come neve al sole. Una presentazione ad hoc ed un’occasione elettorale fra le tante di quel periodo in tutta la regione – mormorano i maligni – che sarebbe dovuta servire al governatore per mostrare i muscoli grazie al “sì” dei calabresi in occasione del referendum costituzionale e, quindi, dimostrare a Renzi di meritare quella nomina a commissario alla sanità calabrese, tanto agognata, ma detenuta dal “fido nemico”, Massimo Scura.
Eppure, di ospedale della Sibaritide se ne parla dall’anno domini 2006. Da allora sono passati almeno quattro governi regionali (Chiaravalloti, Loiero, Scopelliti, Oliverio) di due colori diversi e sette presidenti del Consiglio dei ministri (due Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) ma nessuno, nonostante un’ordinanza della protezione civile nazionale e con i soldi – a parole – sull’unghia, è riuscito a far posare la prima pietra.
L’iter che si sarebbe dovuto concludere con la costruzione di questo benedetto polo sanitario d’eccellenza, si è impantanato nelle sabbie mobili della burocrazia quasi subito: nomine commissariali, azienda aggiudicatrice nei guai, hanno dilatando i tempi all’infinito, a tal punto da iniziare seriamente e concretamente a dubitare – e forse gli scettici della prima ora avevano ragione – che l’ospedale non sarà mai realizzato.
Ad alimentare gli spauracchi su ipotesi nefaste, un paio di mesi fa, anche l’assessore ai Lavori Pubblici del comune di Corigliano, Raffaele Granata aveva ammesso dei problemi legati alla realizzazione dell’ospedale dopo i primi carotaggi al terreno, preambolo alle fondamenta.
Ieri l’ultima tessera di un puzzle tombale. A dire “ciaone” all’ospedale della Sibaritide ci hanno pensato il consigliere regionale Mimmo Bevacqua che sulla carta è sibarita di Longobucco e l’assessore regionale alle infrastrutture, Roberto Musmanno.
Ad un incontro tenutosi a Mirto ed organizzato da Zona Dem, quella sorta di Pd che si vergogna di esserlo ma non lo dice, dopo essere stati stimolati dal coordinatore delle 100 associazioni per la fusione, Amerigo Minnicelli, che aveva chiesto lumi sull’aeroporto, sulla metro leggera, sulla stazione ferroviaria da realizzare a Insiti proprio per servire l’ospedale unico ed una futura cittadella degli uffici della città di Corigliano-Rossano, in tutta risposta Musmanno e Bevacqua hanno replicato più o meno così: «Perché, ancora credete all’ospedale?»
Roba da far cadere le braccia. Suvvia, se un esponente della giunta Oliverio ed un suo adepto in consiglio rispondono così, viene da chiedersi cosa stia nascondendo la Regione a questo territorio. Perché nessuno dice niente, assistente coriglianese delegato alla sanità da Oliverio compreso? Quale complotto si cela dietro tutto questo? Quale disegno?
Forse quello evidenziato dalla deputata grillina Nesci alla quale, due anni fa, hanno fatto fare la testa di ponte sostenendo – in una visita nei due nosocomi di Corigliano e Rossano – che la Sibaritide non aveva bisogno di un nuovo ospedale, ragion per cui quei soldi (140 milioni) dovevano essere dirottati per il nuovo ospedale di Cosenza? (http://www.dalilanesci.it/tour-sanita-tappa-a-cosenza-fare-qui-uno-dei-quattro-nuovi-ospedali/)
La colpa di tutto questo – è evidente – non può che non essere nostra. Perché puntualmente mostriamo il fianco ad “antiche” strategie belliche di epoca romana, attuate da certa politica del capoluogo: “divide et impera”, ovvero faccio litigare Corigliano e Rossano armando zizzania, così potremo dominare indisturbati mentre quelli bisticciano fra loro. Grazue a questa “tecnica” l’impero romano è stato il più forte e longevo della storia.
Il “bello” è che chi ha governato e governa le due città, ci casca puntualmente con tutti e due i piedi mentre Regione, Provincia e Stato centrale ci leveranno presto anche l’aria che respiriamo.
E qui torniamo alla “filippica” sulla fusione. Un metodo per opporsi (anche) a questo scellerato e disgustoso piano contro la Sibaritide c’è: VOTARE Sì al referendum del 22 ottobre prossimo. Chi si azzarderebbe a “toccare” una città di 80 mila abitanti? Magari con un unico collegio per le elezioni di Camera e Senato?
Il tempo di giocare è finito. Qui o si cambia la storia o si muore. Ed un popolo non può “morire” (di malasanità; perché non può spostarsi se non su gomma; perché logorato dai continui ed eterni viaggi verso quell’ufficio, quel tribunale o quell’altro ospedale lontani centinaia di chilometri), scippato di tutti i suoi sacrosanti diritti, sacrificati sull’altare del risparmio a tutti i costi, fra l’indolenza o, peggio, la connivenza di chi potrebbe fare e non fa.
Il tanto temuto Sì al referendum per la fusione di Corigliano e Rossano scombussolerà tutti questi piani: ecco perché lo temono.
Luca Latella
