A volte succedono cose nella nostra quotidianità che trascendono dai problemi, dalle criticità, dalla mala gestione di questo o quel settore pubblico, e che invece potrebbero non accadere se solo si avesse un minimo di buonsenso e rispetto delle persone e della missione che ognuno di noi, attraverso il suo lavoro, compie a servizio della società.

Vi scrivo per raccontarvi un caso che qualcuno potrebbe definire di malasanità, ma che io definirei con un termine più crudo e volgare ma che credo renda meglio il significato: un caso di menefreghismo bello e buono. 

La protagonista di questa storia è un’anziana donna, 98enne, residente della casa di cura che gestisco nella mia città a Rossano. L’ambientazione della storia è il Pronto Soccorso di Rossano: un luogo simbolo dei disservizi e delle difficoltà della nostra regione, generato dall’assenza di risorse e dalla mancanza di personale numericamente idoneo a fornire le prestazioni assistenziali all’utenza del territorio. Ma non è questo il caso. Perché al momento dei fatti che sto per raccontarvi all’interno del Pronto Soccorso operavano 2 medici, 5 infermieri e 2 ausiliari: un numero abbastanza sufficiente per dare assistenza alle tre – e dico tre – persone che in quel momento “affollavano” la sala triage in attesa di essere ricevute per le cure del caso.

Sono circa le 13.30 quando, dalla sua cameretta nel residence sanitario, la signora Maria (uso un nome di fantasia) di 98 anni chiede il servizio di assistenza sanitario. L’infermiera professionale di turno, allora, valutate le condizioni della donna, decide di allertare il medico di base che in pochi minuti raggiunge la struttura e a seguito di una visita accurata ci invita ad accompagnare nonna Maria al Pronto Soccorso per esami più approfonditi così da valutarne lo stato cardiaco. Con la solita premura, in ambulanza, accompagniamo la signora in Pronto Soccorso. E da qui nasce la vicenda grottesca. Già, perché giunti nel presidio, dove in quel momento c’erano solo altri due assistiti, l’infermiere di turno nel fare il triage assegna a Maria, accompagnata in barella e con le prescrizioni del medico di base, un codice bianco. Sono le 15.30 e la nostra nonna, novantottenne e ancora in stato di sofferenza, viene invitata dal triagista ad attendere nella camera calda. Passa la prima ora, nulla. Durante la seconda ora di attesa, i sintomi cardiaci aumentano e allora mi preoccupo di andare ad avvisare nuovamente il personale paramedico per aggiornarli sull’evidente peggioramento della signora. Arriva un infermiere, tasta il polso di Maria e senza dir nulla, un po’ infastidito, va via. Attendiamo, altre due ore, ed il lamento sofferente dell’anziana donna aumenta. Nel frattempo, durante il pomeriggio, il Pronto Soccorso diventa un vero e proprio porto di mare. Tante persone: chi con una sbornia prematura, chi con una slogatura per via della partita di calcetto, arriva anche una donna incinta che doveva partorire (ma il reparto di ginecologia non è a Corigliano?). Tutti comunque più giovani di Maria e con patologie sicuramente non meno gravi e urgenti di quelle della nostra nonnina. Questo fino alle 20.38, quando dopo 5 ore e 8 minuti di attesa, Maria inizia a sentire forti pressioni sul petto ed uno stato di agitazione preoccupante. Non nascondo la mia paura nel dover affrontare da solo quella situazione, senza che nessuno del Pronto Soccorso avesse un sussulto per quella situazione paradossale ed ormai evidentemente preoccupante. Ritorna l’infermiere triagista che questa volta “si accorge” dello stato di salute estremamente precaria della donna che in quel momento iniziava ad accusare delle fibrillazioni. Ma – purtroppo – il tutto accadeva mentre si stava effettuando il cambio turno del personale medico, paramedico e ausiliario.

Per fortuna, alle 21.00, monta un nuovo medico. Che probabilmente spinto dalla preoccupazione ma anche da un minimo di quel buonsenso che necessita a chi decide di prendersi cura (per professione) della vita delle persone, decide di far entrare nonna Maria, 98enne, nella sala medica, per visitarla e decidere di ricoverarla d’urgenza nel reparto di Cardiologia e scongiurare la morte – al photofinish – della quasi centenaria signora.

Fine di una breve storia triste, che non c’entra nulla con i malanni organizzativi della Sanità Calabrese, che non ha niente a che vedere con la mancanza di risorse per far andare avanti l’apparato assistenzialistico, che non c’entra un bel niente con l’efficienza o meno dei nuovi e vecchi ospedali. Una breve storia triste che racconta del menefreghismo di tanti e prezzolati professionisti che, in barba al fin troppo sbandierato Giuramento di Ippocrate, se ne sbattono dei problemi della gente. Tanto per loro a morire sarebbe stata una vecchina, centenaria, di cui a nessuno sarebbe interessato nulla.

Mirko Sapia
Responsabile Comunità alloggio per anziani
“Teniamoci Stretti”