Dov’ero io e cosa stessi facendo, appena 30 anni fa, ha lo stesso valore della data di scadenza della Nutella. Quello che importa è cosa stessero facendo loro: Falcone-Borsellino.

Diade inseparabile, consegnata, per sempre, alla Storia di questo “disgraziato” Paese. Senza l’uno non vibra l’altro, senza l’altro non suona l’uno.
Non li dimenticheremo mai !
Capaci e via D’Amelio suonano condanna per tutti coloro che li hanno.. condannati, e non parlo certo dei solo macellai esecutori.
Scene di guerra che il nostro Paese, in tempo di pace, non aveva mai vissuto. Due magistrati, servitori di uno Stato inquinato… e le loro scorte… puf .. svaniti.
Hanno rappresentato il rigore della lotta a Cosa nostra ideando una strategia di contrasto, come non era mai stata attuata.
Cosa nostra ( e forse…estremisti di destra ) aveva deciso di fare la guerra allo Stato, colpendolo “nel cuore delle istituzioni”, un disegno sovversivo concretizzatosi con le stragi di Roma, Firenze, Milano, infliggendo, alla nostra Nazione, una ferita profonda con modalità e finalità terroristiche
I processi celebrati hanno evidenziato che di quelle stragi fu mandante ed esecutore Cosa nostra. Lo Stato non si è piegato. Ha processato i responsabili, nel pieno rispetto delle garanzie. a partire dal maxiprocesso, nelle aule di giustizia, con gli strumenti previsti fra cui le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
Cosa nostra è ancora una presenza criminale importante, ma non ha più la forza e la pericolosità di quell’epoca.
Sono però diventate più ricche e pericolose ’ndrangheta e camorra, e organizzazioni mafiose sono ormai presenti in modo significativo anche nelle regioni del Centro e Nord Italia. I boss puntano dove ci sono soldi: un tempo nei terreni e nell’edilizia, oggi nell’energia e nei rifiuti
Cosa nostra è sempre un mostro con i piedi in Sicilia e la testa a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, a collaborare.
Ma, come ormai ben sappiamo, la repressione non basta, è necessario continuare a lottare sul piano culturale attraverso una maggiore giustizia sociale , dare risposte di sviluppo per evitare che i giovani vadano via o diventino preda dei clan.
Fondamentale è poi un mutamento nella vita quotidiana di ciascuno, un comportamento fermo e risoluto di distanza dalle mafie.
Il luogo comune che , siciliani e meridionali, siano tutti mafiosi trova una netta smentita nei dati (che sono quelli che contano ) e non regge sul piano storico
Su 14 magistrati ammazzati dalle mafie, ben 13 sono meridionali (tra cui 11 siciliani).
Su 171 rappresentanti delle forze dell’ordine vittime di attentati o morti in scontri frontali con le organizzazioni mafiose, più dell’80 per cento sono meridionali. In nessun altro frangente storico o nella lotta ad altri “nemici” dello Stato il peso degli uomini del Sud è stato così determinante come nella lotta alle mafie.
Se il Sud , dunque, ha prodotto le mafie, ha anche suscitato gli uomini che le hanno combattute; se la Sicilia è stata la regione protagonista della nascita e dello sviluppo della mafia più invasiva, è stata anche la regione che ha schierato alcuni dei suoi uomini migliori a contrastarla e a combatterla.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono solo la più clamorosa e dolorosa smentita di questo assurdo teorema.

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