Ben si attaglia il sempre valido adagio del chiodo scaccia chiodo alle nostre fragili strutture mentali!
E allora fuori il cambiamento climatico dentro l’epidemia; fuori l’epidemia dentro la guerra e poi di nuovo fuori la guerra dentro il cambiamento climatico.

Sembra che la nostra mente non sia in grado di reggere e gestire le numerose calamità che, in questo primo ventennio di ventunesimo secolo, si susseguono impietose. Un peso non sopportabile, emotivamente destabilizzante.
Prima che le nostre sinapsi vadano in corto circuito, il cervello, per sgravarsi, è costretto a scegliere, selezionare, cérnere, diversamente esploderebbe, nonostante sia multitasking e,oltre che in serie, possa lavorare in parallelo.
Pertanto non può sottovalutare un altro terribile aspetto, diciamo un effetto collaterale di quanto avviene in Ucraina, le cui conseguenze pagheremo per lunghi anni.
Intendo l’inquinamento ambientale. Conseguenza certamente meno drammatica delle morti e delle distruzioni ( basta poco,diversamente , per fare la figura del tassista nel film Johnny stecchino “Palermo ha un grande problema! Un problema intollerabile!”. “Quale?”. “Il traffico!).
Quattro mesi di battaglie hanno già segnato significativi aumenti di gas serra; gli scontri avvenuti nei pressi delle centrali nucleari destano serie preoccupazioni sulla possibilità di fughe radioattive, contaminazione di falde acquifere con conseguenti danni a piante e animali che pascolano in quelle aree. Le attività belliche rilasciano, infatti, nell’aria sostanze estremamente tossiche: inquinanti organici, idrocarburi policiclici aromatici, diossina, monossido di carbonio.

I prodotti inquinanti rendono tossici laghi e fiumi. Bombardamenti, scavi di tunnel e trincee degradano e deformano il suolo, ne modificano la struttura ed i componenti .
L’Ucraina è considerato il granaio d’Europa, lo stravolgimento del paesaggio, ne diminuisce la capacità produttiva. Secondo la Banca Mondiale un terzo della terra più fertile al mondo si trova in Ucraina, di cui il 68% è arabile con successo,anche per questo, a parere di molti esperti internazionali, il conflitto in corso può determinare la più grande crisi globale di cibo dopo la Seconda guerra mondiale. Vi è poi il problema drammatico della deforestazione, gli incendi, lo squlibrio dell’ecosistema che contribuisce al cambiamento climatico e all’inquinamento dell’aria. Anche se la guerra terminasse magicamente oggi ci vorrebbero decenni per recuperare una parvenza di normalità
Distruggere un ecosistema, sterminare una specie, rubare terra e acqua a essere viventi e popolazioni indigene, sono reati ambientali che rientrano nel reato di ecocidio, e che presto diventerà (almeno così pare) ,crimine contro l’umanità al pari del genocidio e degli altri crimini contro la pace.
E’ quello stesso ecocidio che ( secondo una teoria ) determinò la fine della popolazione di Rapa Nui, abitanti dell’isola di Pasqua.
Una volta utilizzate tutte le riserve di cibo, la popolazione stremata dalla guerra civile e dalle malattie, sfruttò le risorse naturali. Il disboscamento portò all’esaurimento del legno per realizzare le canoe, la popolazione autoctona fu costretta a nutrirsi di ratti….con episodi di cannibalismo.
Ma questo avvenne all’inizio del XVIII°secolo. Cosa abbiamo imparato da allora ?