Siamo nati per morire o moriamo perché siamo nati? Fate voi. La dura realtà è che da questa irripetibile avventura nessuno uscirà vivo.

Tycoon e magnati inseguono ossessivamente, grazie all’abbondante sterco del demonio in loro possesso, longevità e vita eterna.
Si favoleggia che il San Raffaele, ospedale milanese, fosse solo la parte visibile di un grande progetto che il berlusca perseguiva per cercare la ricetta per l’immortalità.
Si potrebbe pensare che l’ossessione abbia influenzato l’attualità, visto che la campagna elettorale che porterà al voto negli Stati Uniti si è giocata molto sull’età dei protagonisti e quindi sulla loro capacità di governare. Resta l’incontrovertibile drammatica realtà: ricchezze, e lauti conti in banca nonché fatturati che superano il prodotto interno di intere nazioni, non preservano, come per tutti, dal requiem “Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai”. Invero una scappatoia ci sarebbe: affidarsi all’immortalità digitale, continueremo così a rompere le scatole a chi ci seguirà.
E ‘il risultato di quanta roba e robaccia riversiamo sul web. Lasciamo tracce, indizi,segni come e-mail, post di blog o social, fotografie, video, relazioni sociali, rapporti lavorativi, commenti, condivisioni, cronologia di ricerche, spostamenti e telefonate, dati medici e bancari, emozioni e tristezze ecc. tutti accessibili anche quando non ci saremo più. Una messe di dati anche sensibili che sfuggono alla nostra consapevolezza e padronanza.
Passiamo giorni, mesi, anni impigliati nella rete, ad essa affidiamo le nostre vite Ecco allora che tutto quello che riversiamo su Internet (cosa che anch’io sto facendo in questo momento) forma la nostra identità digitale, ed il gioco è fatto.
Attraverso i famigerati cookies ai quali, volente o nolente diamo il consenso, i fornitori di servizi acquisiscono qualsiasi genere di informazione su di noi.
E’ un alter ego che prende il nostro posto, una presenza ombra potenzialmente eterna che si sovrappone con pixel, elettroni ad atomi, molecole e cellule, alla nostra identità fisica.
Ben magra consolazione si dirà. Sai che gioia per chi dorme il sonno dei giusti saper di essere ancora in circolazione sia pure in versione digitale.
Non è un problema da prendere alla leggera tutt’altro, va preso alla pesante.
Le tanatecnologie, tecnologie del lutto, raccolgono le tracce che lasciamo online e rendono i nostri resti digitali immortali. Si tratta di una vera e propria industria, e come tale è mossa dal profitto.
Una soluzione ghigliottina ci sarebbe: il digital death,
E’La morte digitale, la cancellazione volontaria o dovuta a un errore informatico, della nostra presenza virtuale e allora sì che possiamo dire definitivamente amen e buona notte al secchio.
Del resto, come dice il saggio (Epicuro): quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.
Che grande consolazione (sic!).