Vi sono tragedie che annientano, polverizzano anime e parole.
La perdita di un figlio, giovane virgulto che si affaccia alla vita, appare evento illogico per eccellenza quando la logica è quella umana (i figli devono sotterrare i genitori…non viceversa ), riproponendo cinicamente, un copione stantio pur nella sua drammaticità.
Senza nulla togliere alla lacerante sofferenza di chi ne è coinvolto, una lama che spacca il cuore, a volte le tragedie si trasformano in farse.
Tutto accade da sempre. In ogni luogo e in ogni dove, senza illusioni, senza soluzione di continuità, eppure, in soggettiva, il dramma è sempre diabolicamente inedito, non esiste abitudine o assuefazione: ci si abitua al male non alla sua scioccante radicalizzazione.
Smarrimento, tristezza, rabbia, angoscia, disperazione, senso di colpa, già… di chi la colpa? Perché è successo? Era possibile evitarlo?
Non siamo onnipotenti, capaci di trovare soluzioni o ragioni ad ogni accadimento.
Siamo fragili, precari, basta un granello e si blocca il meccanismo più perfetto, le luci si spengono alla faccia di tutta la nostra scienza e tecnologia. Ci illudiamo di poter controllare la realtà, pensiamo che potere e denaro siano binomio sufficiente a preservarci dai marosi, poveri sciocchi
e beoti!
Di chi la colpa ? Semplicemente di nessuno!
Da sempre tutto “accade”, nella buona e nella cattiva sorte. E’ proprio questo “accadere” che consente il fluire del tempo e gli da significato con luci e ombre.
Alla disperata ricerca di una ragione consolante ci arrampichiamo sugli specchi, costruiamo cattedrali di parole, ci aggrovigliamo all’infinito e, senza neanche accorgercene, giriamo come criceti.
E’colpa del sindaco, della politica, delle autorità, della strada, dei vigili, o, forse dell’imprudenza, dell’imperizia, dei genitori ( parlare è arte facile ), bisogna pure aggrapparsi a qualcosa. Individuare un colpevole..poi. può far risuscitare un figlio ? Ma a qualcosa necessita, comunque, aggrapparsi per non essere inghiottiti nel buco nero della disperazione.
Quali àncore, dunque?
L’omelia del sacerdote che invita alla speranza? Le frasi standardizzate dei parenti e degli amici, il repertorio dell’ovvio, delle banalità, dalle qualei è difficile sottrarsi, qualcosa bisogna inventarsi.
Allora è meglio tacere, ma è questo che fa paura, il silenzio opportuno che “dice”, che racconta fatalisticamente di un destino, di un fato : cosi doveva essere e cosi è stato..ineluttabile e giù con i rimorsi ad “effetto farfalla”, se non avesse …se solo avesse ritardato, se anche un contrattempo insignificante ( asciugarsi il sudore, anche pochi secondi, accendersi una sigaretta, mandare un messaggino), il fato avrebbe deciso diversamente, rimandando l’evento a data da destinarsi.
È tipico di chi sente che tutto dipende da una Forza superiore che ha già scritto il nostro destino e che il libero arbitrio esista solo nelle piccole cose ma non nelle scelte decisive della vita.
Si pensa che tutto sia assolutamente casuale, che viviamo in balìa di un caos privo di senso e di controllo, un potere esterno che guida gli eventi, come una forza che deriva dalle proprie azioni, o come una combinazione di entrambi.
Rimangono le vite interrotte, rimangono gli strazi ed i sensi di colpa,le famiglie distrutte e l’obbligo di andare avanti, procedere a testa bassa o alta in questa valle di lacrime, in questo groviglio di ingiustizie, diseguaglianze, di fortune immeritate e sfortune ereditate– . Si dirà: questa è la vita, commedia umana pronta a virare in farsa e tragedia che nonostante o, forse, proprio per questo degna di essere vissuta.
Siamo tutti viandanti, sempre pronti a partire per un viaggio imponderabile.
Penso che l’intervallo di tempo che ci è dato vivere ( non esiste un prima e, forse, non ci sarà un dopo ) serva ad evolvere, crescere e godere, con gli occhi di un bambino, l’irripetibile avventura, gustando le meraviglie del creato, non importa per quanto tempo, a volte basta un’”affacciata” ( dice qualcosa Carlo Acutis prossimo Santo, vissuto appena 15 anni ?) , abbracciando l’unica, sola vera certezza, àncora di salvezza, chiamata in mille modi e e stupendamente riassunta nel dolce imperativo di S.Agostino: Ama e fai ciò che vuoi.

