Ogni anno, nel periodo autunnale, si assiste all’avvicendarsi o al trasferimento di tanti presbiteri da una Parrocchia all’altra, ma sempre sullo stesso nostro Territorio Diocesano.
Una volta in ogni quartiere c’era il ” curato d’anime”, oggi c’è un presbitero a servizio; una volta si parlava di “padre spirituale “, oggi si accoglie il ” funzionario spirituale” a tempo determinato.
Certamente nel cuore silenzioso di un nuovo parroco affiora la domanda inquieta : ” Posso amare la mia Comunità come Cristo ama la sua Chiesa, se so che dopo alcuni anni verrò certamente invitato a cambiare il volto della sposa?”
Questa prassi, comunque, genera trauma nella stessa Comunità perché mette in discussione la credibilità dello stesso Magistero: il legame tra il parroco e la sua comunità non è solo funzionale o burocratico ma soprattutto sacramentale!
Il parroco non è un dipendente itinerante della Diocesi ma un Pastore d’anime, chiamato prima a conoscere e poi inviato a pascolare il suo “gregge” con la Parola e con i Sacramenti.
L’ abitudine del trasferimento presbiterale, comunicato per decreto e a volte senza motivazione o consultazione trasparente, ma in nome di una presunta dovuta obbedienza, è solo esercizio burocratico di potere.
C’é da chiedersi: Come può la Chiesa essere “esperta di umanità” se poi , in nome della sinodalità, non si gestiscono con il rispetto, ma solo con il diritto, le Relazioni interne al corpo ecclesiale?
Questa prassi di mobilità, in tempi democratici, rispecchia la concezione che il Servizio nella Chiesa fa fatica a convertirsi al Vangelo.
L’autoritarismo, senza discernimento comunitario, porta solo alla clericalizzazione della pastorale parrocchiale, nonostante avvicendamento di parroci e il fedele laico resta solo un mero esecutore di direttive e non corresponsabile, con il parroco, della sua stessa missione evangelizzatrice.
Corigliano Rossano , 18.11.2025 ( Franco Palmisano)


