Quando fa difetto la «penna» di un Baricco o di un Camilleri è facile perdersi nell’ovvio e nel banale; dar corpo e densità ai propri pensieri diventa esercizio illusorio. Tuttavia, mente e cuore soccorrono alla bisogna. E fu così che conobbi un fanciullo o, meglio, vidi un fanciullo immerso nel suo mondo onirico.

Usare negli anni venti del Duemila il nome “fanciullo” al posto di teenager rimanda di botto al Fogazzaro o, addirittura a de Amicis, piuttosto che a Musk o Billy Gates, ma a me non piace essere tra i boomer che dicono boomer per sembrare giovani.
Pasqualino, nome di fantasia, ciondolava allegramente tra un punto e l’altro, occupando l’area di uno spiazzo limitato, reso ancora più angusto da sabbia e materiale edile scaricato alla rinfusa; più in là quella che sembrava una piccola betoniera incrostata di calce e cemento, reperti archeologici di case a blocchi iniziate e mai completate.
Un’ atmosfera pomeridiana cupa, con nuvoloni minacciosi di un febbraio inclemente, completava la coreografia tendente alla malinconia. Ma questa cupezza era tutta nei miei occhi di adulto.
Il fanciullo, indifferente ad atmosfera e contesto, continuava serenamente a disegnare i suoi sogni, a creare gli arabeschi di un “altrove” a lui solo accessibile, capace di proteggerlo dallo squallore circostante e rendersi complice nei suoi giochi apparentemente solitari.
Immerso, dunque, nella sua fantasia, Pasqualino si muoveva secondo un codice misterioso e criptico che soltanto quell’età possiede e che gli adulti, ex fanciulli, ben presto dimenticano. E Pasqualino giocava con i suoi amici immaginari, immerso in una realtà virtuale estranea, questa volta, ai cellulari e all’intelligenza sì, ma solo a quella artificiale.
Sembrava felice, ed è forse questo che impressionava. La non consapevolezza, l’assuefazione all’inverno demografico, una frana non più arginabile, un destino ineluttabile di sparizione e sostituzione. Chissà se Pasqualino è figlio unico, chissà se Pasqualino, fra qualche anno penserà alla sua fanciullezza circondato da tre, quattro cucciolotti capaci di ridare speranza ..chissà.
Ad occhi estranei Pasqualino appariva tremendamente solo, sperduto in un bozzetto neorealista da dopoguerra, di un Italia in bianco e nera. Un quadretto molto più esplicativo di tanti trattati di sociologia.
Ecco, allora, che riemergono, in tutta la loro drammaticità, domande e dubbi che da almeno trent’anni impegnano analisti e studiosi.
Dove sono i bimbi ? Dov’è il loro allegro e vitalistico vociare ? Verso che tipo di società ci stiamo dirigendo, che cambiamenti stiamo subendo? Viviamo dunque tra due mondi, un già e non ancora, sospesi tra un vecchio che stenta a sparire ed in un nuovo continuamente cangiante, dall’infinita prospettiva, un’onda lunghissima soggetta ad uno stop and go di difficile assestamento, e Pasqualino sta in mezzo, inconsapevole di quanto si perde e di quanto si è perso, testimone e staffetta generazionale.
Ma questo Pasqualino ancora, forse, non lo sa. E allora quanti fanciulli contiene quel fanciullo? C’è solo Pasqualino o anche Claudio , Antonio, Paolo, Franco ecc.
Rincorre sé stesso o altri come lui ? Con chi parla? C’è solo silenzio. Il “nostro” si muove anche con velocità ed oculatezza nel silenzio più assoluto. Non conosce grida, richiami, avvertimenti; non conosce bisticci, litigi, confronto, relazione.
È un solipsismo ludico devastante quello di Pasqualino, solo in parte compensato dalle ore scolastiche in compagnia di altri mondi.
Pasqualino appartiene alla cosiddetta Generazione Alpha, è figlio dei Millennials e, nel frattempo, un fanciullo degli anni Cinquanta continua a guardare, con tenerezza infinita, quella curiosa creatura che abita paesaggi di un Italia che non c’è più.