
Quando parliamo di giustizia dobbiamo partire da una domanda semplice: qual è oggi il vero problema della giustizia italiana?
Chi vive il sistema giudiziario – cittadini, imprese e avvocati – lo sa bene.
Le difficoltà principali sono la durata dei processi, la carenza di personale negli uffici giudiziari, tribunali spesso sotto organico e strutture non sempre adeguate. Sono questi i problemi che incidono concretamente sulla vita delle persone e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Eppure la riforma su cui si chiede agli italiani di esprimersi non interviene su questi nodi strutturali. Non riduce la durata dei processi, non rafforza gli organici dei tribunali e non affronta i problemi organizzativi della giustizia.
Nel dibattito pubblico vengono spesso utilizzati argomenti molto semplificati. Uno di questi è l’idea che oggi i magistrati non vengano puniti quando sbagliano. In realtà non è così. L’ordinamento italiano prevede già sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati: dal richiamo fino alla sospensione o alla rimozione dall’incarico. L’azione disciplinare può essere promossa sia dal Procuratore Generale sia dal Ministro della Giustizia. Questo dimostra che un sistema di controllo esiste già. Il vero problema della giustizia italiana non è l’assenza di regole o sanzioni, ma la mancanza di risorse, personale e organizzazione, che incide direttamente sui tempi dei processi.
Nel dibattito pubblico viene citato spesso anche l’argomento – quasi simbolico – dei magistrati che “prendono il caffè insieme al bar”. È un’immagine che non ha nulla a che vedere con il funzionamento reale della giustizia. In un tribunale è normale che chi lavora nello stesso edificio si incontri negli spazi comuni. Questo non incide sull’amministrazione della giustizia, che è regolata da procedure rigorose, garanzie processuali e dal controllo dei diversi gradi di giudizio.
Un altro punto riguarda il sorteggio per la scelta di alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. A prima vista può sembrare uno strumento neutrale, ma il meccanismo previsto non è identico per tutti. I componenti indicati dalla politica vengono scelti da una lista ristretta di nomi previamente selezionata, mentre per i magistrati il sorteggio avviene nell’intera platea dei magistrati italiani. Per capire meglio il problema si può fare un esempio semplice: immaginiamo due urne. Nella prima ci sono dieci nomi scelti in anticipo. Nella seconda ci sono migliaia di nomi di tutti i magistrati italiani. È evidente che il sorteggio non produce lo stesso equilibrio. Il rischio è che, invece di garantire imparzialità, questo sistema incide sulla composizione degli organi di autogoverno della magistratura, esercitando un maggiore controllo politico.
C’è poi un altro elemento importante. Questa riforma rimanda, l’adeguamento delle leggi sul Consiglio Superiore della Magistratura, ad altre leggi. Questo significa chiedere un voto al buio perché molte delle regole concrete saranno definite solo successivamente dal Parlamento. Questo aspetto assume un significato ancora più rilevante se lo si guarda insieme ad altre iniziative che l’attuale governo sta portando avanti, a partire dalla riforma della legge elettorale di cui si discute in queste settimane. Quando si interviene contemporaneamente sulle regole della rappresentanza politica e sugli equilibri degli organi che garantiscono l’autonomia della magistratura, diventa inevitabile interrogarsi sul quadro complessivo che si sta costruendo. Il rischio è che, attraverso una serie di interventi apparentemente separati, si finisca per incidere progressivamente sugli equilibri tra i poteri dello Stato, rafforzando il peso della politica su istituzioni che la Costituzione ha voluto autonome proprio per garantire l’equilibrio democratico.
A questo punto dobbiamo porci una domanda: qual è il vero disegno di questa riforma?
Se i problemi principali della giustizia sono la lentezza dei processi, la carenza di personale e l’organizzazione dei tribunali – e questa riforma non interviene su nessuno di questi aspetti – allora è legittimo chiedersi quale sia il suo obiettivo.
Il rischio è che il disegno sia un altro: intervenire sugli equilibri tra i poteri dello Stato, modificando il ruolo e l’assetto della magistratura.
La Costituzione ha costruito con grande attenzione un sistema di pesi e contrappesi per garantire l’indipendenza della magistratura e la tutela dei cittadini davanti alla legge. Intervenire su questi equilibri richiede grande prudenza, perché si tratta di una delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto. Cambiare questi equilibri senza risolvere i problemi concreti della giustizia rischia di produrre un doppio effetto negativo: non migliorare il funzionamento del sistema e allo stesso tempo indebolire una delle principali garanzie democratiche. Per questo la giustizia avrebbe bisogno di riforme diverse: più personale nei tribunali, più organizzazione, più investimenti e interventi seri sulla durata dei processi. L’obiettivo deve essere una giustizia più veloce, più efficiente e più vicina ai cittadini. La Costituzione si cambia per garantire la democrazia e migliorare la vita dei cittadini non per gli interessi della politica, di una parte della politica.
Per queste ragioni l’invito è a partecipare, a informarsi e il 22 e 23 marzo votare NO, per difendere l’equilibrio dei poteri previsto dalla Nostra Costituzione e aprire finalmente una stagione di riforme utili per la giustizia italiana e i cittadini.
Francesco Madeo Segretario cittadino Partito Democratico Corigliano-Rossano
Giuseppe Campana Segretario regionale AVS

