di Salvatore Campana
Ci sono uomini che amano le città.
E poi ci sono quelli che amano soltanto stare vicino al potere che le governa.

La differenza si vede nei momenti decisivi: quando bisogna esporsi, prendere posizione, accettare il confronto, perfino il dissenso. Perché una città viva non teme le critiche. Le ascolta. Le attraversa. Ci cresce dentro.
Nel centro storico dell’area urbana di Rossano, invece, accade sempre più spesso il contrario.
In questi giorni si è tornati a parlare pubblicamente della crisi del centro storico: della sua lenta desertificazione, delle serrande abbassate, dei giovani che vanno via, delle botteghe scomparse, dei servizi assenti, di una vita quotidiana che si spegne anno dopo anno.
Eppure, appena il ragionamento supera la nostalgia e tocca le responsabilità politiche e amministrative, il dibattito si restringe, il confronto si raffredda, il dissenso diventa fastidioso.
Ed è qui che cade la maschera di certi presunti “uomini di cultura”.
Perché la cultura vera non teme il conflitto delle idee. Non cancella il dissenso per proteggere amicizie, convenienze o rapporti di vicinanza col sindaco di turno. La cultura autentica disturba il potere, non lo accarezza.
In questa città, invece, troppi intellettuali da salotto sembrano aver scelto la strada più comoda: frequentare le stanze del potere, orbitare attorno agli assessorati, presenziare agli eventi, rincorrere prebende, incarichi, visibilità e riconoscimenti reciproci. Tutto purché non si rompa l’equilibrio delle convenienze.
E allora nasce una domanda semplice, inevitabile: dove sono oggi gli uomini di cultura capaci di guidare una coscienza collettiva? Dove sono le voci autorevoli capaci di dire che questa città è amministrata male? Dove sono quelli pronti a costruire un’idea alta di Corigliano-Rossano senza trasformarsi nell’ufficio stampa permanente del potere politico?
Nei tanti commenti lasciati sotto quel dibattito pubblico emergeva la fotografia autentica di una comunità ferita: cittadini che parlano di spopolamento, degrado, scuole svuotate, giovani costretti ad andare via, servizi inesistenti e politiche senza visione.
La città, dunque, una coscienza ce l’ha ancora.
Quello che manca è una classe culturale capace di trasformare quella coscienza in pressione civile, proposta politica e coraggio del conflitto democratico.
Perché una città muore anche così: non solo per l’incuria amministrativa, ma anche per il conformismo degli intellettuali.
Muore quando chi dovrebbe parlare tace. Quando chi dovrebbe unire si piega. Quando chi dovrebbe difendere il libero confronto preferisce evitare le parole scomode pur di non incrinare rapporti personali, amicizie o opportunità future.
Perché il vero problema non è la cancellazione di un commento.
Il vero problema è una cultura cittadina che continua a considerare il dissenso un fastidio invece che una risorsa democratica.
Corigliano-Rossano non ha bisogno di cerimonieri della decadenza.
Ha bisogno di coscienze libere.
Di persone che sappiano dire no anche agli amici.
Di uomini e donne che mettano la dignità culturale davanti alla convenienza personale.
Altrimenti continueremo a riempire le piazze per una sera e a svuotare i centri storici della città per intere generazioni.
Salvatore Campana