
di Salvatore Campana
Un sacerdote amato nel mondo che la nostra diocesi ebbe il privilegio di accogliere.
«Mi chiamarono Dolindo, che significa dolore». Così scriveva don Dolindo Ruotolo nella sua autobiografia, quasi a voler racchiudere nel suo stesso nome il destino di una vita interamente segnata dalla sofferenza, dall’umiliazione e da un amore sconfinato verso Dio. Eppure, proprio dietro quel dolore, si nasconde una delle figure sacerdotali più straordinarie e misteriose del Novecento italiano.
Mistico, direttore spirituale, teologo, scrittore instancabile, don Dolindo visse consumandosi nella preghiera e nell’offerta silenziosa. Ancora oggi colpisce la vastità delle sue opere: commenti biblici, meditazioni, lettere, riflessioni spirituali, libri ascetici. Migliaia di pagine scritte con una profondità sorprendente. La grandezza della sua produzione spirituale era riconosciuta anche da san Pio da Pietrelcina, che nutriva profonda stima per lui e arrivò ad affermare che «nulla di quanto è scaturito dalla penna di don Dolindo deve andare perduto», raccomandando di custodirne gli scritti. Un legame spirituale profondo univa i due sacerdoti, accomunati dalla sofferenza, dall’obbedienza e da una totale fiducia in Dio. Forse il segreto di una simile eredità spirituale stava proprio nella sua totale immersione in Dio, in quella vita nascosta e povera che trasformò la sofferenza in luce.
Il popolo cristiano lo ricorda soprattutto per la celebre invocazione “Gesù, pensaci Tu”, sintesi perfetta della sua spiritualità dell’abbandono fiducioso alla Provvidenza. Una preghiera semplice, ma potentissima, oggi diffusa in tutto il mondo.
La sua esistenza, però, fu anche una lunga via crucis. Come accadde a Padre Pio, anche don Dolindo venne guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche del tempo. Fu sottoposto a provvedimenti severi, sospeso dal ministero sacerdotale e privato persino della possibilità di celebrare la Santa Messa. Una prova durissima, affrontata senza ribellione, nell’obbedienza assoluta alla Chiesa che continuò ad amare fino alla fine.
Ed è proprio a causa di questi provvedimenti che la vita di don Dolindo incrocia la nostra terra. Nel 1909, nel periodo più doloroso della sua vicenda ecclesiastica, segnato dalla sospensione a divinis e dalle incomprensioni con il Sant’Uffizio, don Dolindo trovò accoglienza a Rossano grazie all’allora arcivescovo Monsignor Orazio Mazzella, teologo di grande valore e uomo di profonda rettitudine.
Non si trattò di una semplice ospitalità occasionale. Monsignor Mazzella conosceva bene don Dolindo, ne stimava le virtù sacerdotali e la profondità spirituale, tanto da accoglierlo nella diocesi e nominarlo suo segretario personale, affidandogli anche incarichi educativi presso l’Istituto Magistrale e la Scuola Apostolica cittadina, dove insegnò canto, aritmetica, geografia e greco. La permanenza rossanese, durata fino al 1911, rappresentò per don Dolindo non solo un tempo di rifugio e consolazione, ma anche l’inizio di quella riabilitazione morale ed ecclesiastica resa possibile proprio dalla fiducia e dalla mediazione di Monsignor Mazzella.
A Rossano don Dolindo lasciò tracce profonde. Ebbe diverse figlie spirituali appartenenti anche alla famiglia De Rosis. Tra queste è documentata Laura De Rosis, destinataria di numerose lettere spirituali che testimoniano l’intensità del rapporto umano e religioso nato durante il soggiorno rossanese. È un particolare che dovrebbe far riflettere la nostra comunità sul privilegio silenzioso che questa terra ha ricevuto ospitando una figura tanto grande.
Oggi il giudizio su don Dolindo appare profondamente cambiato. Sempre più fedeli guardano a lui come a una delle più luminose figure sacerdotali del Novecento. La sua tomba, custodita nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes a Napoli, è meta continua di pellegrinaggi. Arrivano persone da tutta Italia e persino dall’estero, soprattutto dalla Polonia, dove la sua spiritualità è particolarmente amata. Migliaia di uomini e donne cercano ancora conforto nelle sue parole semplici e profonde, nella sua fede umile, nella sua capacità di trasformare il dolore in speranza.
Mi piacerebbe che Corigliano-Rossano e l’intera diocesi riscoprissero e valorizzassero maggiormente il passaggio di don Dolindo nella nostra comunità civile e religiosa. Aver accolto un sacerdote di tale grandezza spirituale non dovrebbe restare una semplice nota dimenticata della storia locale. Sarebbe bello custodirne la memoria, promuoverne la conoscenza e far comprendere soprattutto ai giovani quale tesoro umano e spirituale abbia attraversato la nostra terra.
Don Dolindo, infatti, non appartiene soltanto a Napoli o alla storia della Chiesa. Appartiene anche a Rossano, che in uno dei momenti più difficili della sua vita seppe offrirgli accoglienza, fiducia, fraternità e dignità sacerdotale. Ed è forse proprio da questa memoria, tanto discreta quanto preziosa, che potrebbe nascere una riscoperta più profonda di questo umile sacerdote che trasformò il dolore in una straordinaria via verso Dio.
Salvatore Campana


