di Salvatore Campana
IL SILENZIO SU BAKER HUGHES
Mentre la comunità si appassiona, si divide e si infiamma attorno a dei giganteschi pupazzi di plastica installati sul lungomare, la vicenda Baker Hughes è stata rapidamente archiviata dal dibattito pubblico, come se la perdita di un investimento da 60 milioni di euro e di centinaia di opportunità occupazionali non rappresentasse una ferita profonda per le prospettive di sviluppo del territorio.

Sessanta milioni di euro di investimenti. Centinaia di posti di lavoro diretti e indiretti. La possibilità di dare finalmente una funzione produttiva ad un porto che da decenni aspetta di essere protagonista dello sviluppo del territorio. Una delle più importanti opportunità di sviluppo industriale e occupazionale che Corigliano-Rossano abbia conosciuto negli ultimi decenni.

Eppure il silenzio.

Un silenzio assordante.

Nessuna mobilitazione popolare. Nessuna indignazione collettiva. Nessuna richiesta di spiegazioni proporzionata alla portata dell’accaduto. Nessuna pressione su chi aveva il dovere politico e amministrativo di trovare una soluzione.

I DINOSAURI E LE PRIORITÀ SMARRITE

Poi arrivano i dinosauri.

Ed ecco migliaia di commenti. Discussioni infinite. Schieramenti. Applausi. Polemiche. Meme. Reel. Condivisioni.

È impossibile non porsi una domanda amara: che cosa è diventata questa comunità?

Perché il problema non sono i dinosauri. Possono piacere o non piacere. Possono essere una simpatica attrazione per i bambini o una discutibile operazione di marketing territoriale. Sono dettagli.

Il problema è una collettività che sembra aver smarrito la capacità di distinguere ciò che è accessorio da ciò che è essenziale.

Mentre si discute di sagome preistoriche, i nostri giovani continuano a partire. Mentre si commentano video sui social, le occasioni di sviluppo passano e non tornano più. Mentre si applaudono iniziative effimere, si evita accuratamente di affrontare il tema centrale: quale futuro economico stiamo costruendo per questa città?

LE DOMANDE A CUI L’AMMINISTRAZIONE HA IL DOVERE DI RISPONDERE

Perché è questa la domanda che da anni attende una risposta e alla quale nessuno sembra voler rispondere con chiarezza: quale futuro si intende costruire per Corigliano-Rossano.

Dietro questo interrogativo si nascondono questioni altrettanto decisive per il destino del territorio, a partire dal modello di sviluppo che questa amministrazione immagina, dal ruolo che il porto dovrà svolgere all’interno di una strategia complessiva di crescita e dagli investimenti produttivi che si vogliono attrarre per creare nuove opportunità.

Più di ogni altra cosa, però, resta senza risposta il tema fondamentale: quale prospettiva si offre alle nuove generazioni oltre all’ennesimo biglietto di sola andata verso il Nord o verso l’estero.

Domande enormi. Domande che una classe dirigente dovrebbe affrontare ogni giorno.

PANEM ET CIRCENSES: IL GOVERNO DELLA DISTRAZIONE

Invece si ha sempre più la sensazione che la politica locale abbia scelto una strada diversa: quella della comunicazione permanente, della narrazione continua, dell’evento da consumare rapidamente sui social.

Panem et circenses: una formula vecchia di duemila anni ma incredibilmente attuale, che sembra descrivere perfettamente una politica più impegnata a intrattenere che a guidare, più interessata a distrarre che a programmare, più concentrata ad alimentare il consenso immediato che a costruire il futuro.

In questi anni Corigliano-Rossano è stata spesso raccontata attraverso inaugurazioni, eventi, campagne mediatiche e contenuti social accuratamente confezionati. Molto meno frequente, invece, è stata una discussione pubblica sulla direzione strategica della città, sul ruolo del porto, sull’attrazione di investimenti produttivi e sul modello economico che dovrebbe garantire occupazione e crescita alle future generazioni.

La comunicazione è diventata il racconto.

Il racconto, troppo spesso, ha preso il posto della visione.

E ciò che colpisce maggiormente è che una parte della città sembra aver accettato questo scambio, rinunciando a pretendere risposte sulle questioni che contano davvero in cambio di qualche evento, di qualche inaugurazione e di qualche video ben confezionato destinato a raccogliere applausi e visualizzazioni sui social.

TRA CONSENSO IMMEDIATO E COSTRUZIONE DEL FUTURO

Eppure una città non vive di reel, di post o di scenografie destinate a consumarsi nel giro di pochi giorni; una città vive di lavoro, di investimenti, di imprese, di opportunità concrete e soprattutto di giovani che scelgono di restare perché intravedono una prospettiva di crescita personale e professionale nel luogo in cui sono nati.

È proprio per questo che il giudizio sull’amministrazione diventa inevitabile, perché dopo anni di governo della terza città della Calabria la domanda fondamentale continua a restare sospesa nel vuoto: quale destino è stato immaginato per Corigliano-Rossano, quale modello di sviluppo si intende perseguire e quale futuro si vuole consegnare alle nuove generazioni?

Perché se la risposta a queste domande dovesse davvero ridursi ai dinosauri e alle operazioni di comunicazione che li accompagnano, allora significherebbe che si è smarrita la distinzione tra ciò che serve a costruire il futuro di una comunità e ciò che serve soltanto a distrarla per qualche giorno.

IL PREZZO DELL’OCCASIONE PERDUTA

Le città crescono quando hanno una visione. Declino e marginalità arrivano quando la politica smette di pensare in grande e si limita a gestire il presente attraverso la comunicazione.

La vicenda Baker Hughes, al di là delle responsabilità politiche che appaiono ormai evidenti e che ricadono su un’amministrazione incapace di creare le condizioni per accogliere e accompagnare un investimento strategico per il territorio, resterà come il simbolo di un’occasione perduta e di una comunità che non ha saputo percepirne fino in fondo la gravità.

UNA CITTADINANZA CHE NON PRETENDE ABBASTANZA

E forse il vero problema non è neppure chi governa.

Forse il vero problema è una cittadinanza che non pretende abbastanza, che non chiede conto abbastanza, che non si indigna abbastanza quando in gioco c’è il proprio futuro.

Perché il giorno in cui una comunità si appassiona più ai dinosauri che al proprio futuro, il rischio non è quello di tornare al Giurassico.

Il rischio è qualcosa di molto peggiore: svegliarsi un giorno e scoprire che il futuro è passato da qui, ha bussato alla porta della città e noi, troppo impegnati ad applaudire lo spettacolo, abbiamo scelto di lasciarlo andare via.

I dinosauri, tra qualche mese, verranno rimossi. I reel saranno dimenticati. Le polemiche social saranno sostituite da altre polemiche social. Ma i giovani che oggi partono difficilmente torneranno indietro. Le imprese che scelgono altri territori non aspettano chi resta fermo. Gli investimenti che se ne vanno raramente concedono una seconda occasione.

Per questo il problema non sono mai stati i dinosauri.

Il problema è una città che rischia di accontentarsi dello spettacolo mentre perde il futuro.

E quando una comunità smette di interrogarsi sul proprio destino e si limita ad applaudire la rappresentazione del presente, il declino non arriva all’improvviso.

È già cominciato.

Salvatore Campana