Il modello Taranto

Una volta in gioventù capitò di entrare dentro l’Italsider di Taranto, con un amico camionista che mi accompagnava in autostop dalla Calabria a Torino : rimango colpito dal fatto che tutt’intorno alla fabbrica e dentro la sterminata fabbrica le strade, i muri e qualunque cosa è diventata di colore arancione( ero un ragazzo e mi corre un brivido alla a schiena pensando alle persone che vivevano lì).

Cosa ha dovuto subire la città di Taranto per poter garantire un pezzo di pane ai suoi cittadini e figli, ma cerchiamo di mettere un pizzico di ordine in questa vicenda, senza peli sulla lingua. Nel 1961 lo stabilimento ILVA(allora Italsider) inizia a produrre acciaio per conto dello stato italiano, in pochi anni diventa la prima industria dell’acciaio in Europa. Dal 1995 viene ceduta ad un gruppo privato i RIVA da Romano Prodi svende l’ex Italsider alla famiglia Riva. Costui, 10° produttore mondiale di acciaio, continua la produzione, prende vari aiuti dallo stato, col quale si arricchisce , arriva a produrre 11 milioni di tonnellate all’anno di acciaio, Riva Fire, finanziaria che controlla l’Ilva – s’arricchisce in pochi mesi: passa dall’utile (consolidato) di 157 miliardi del 1994, ai 2.240 miliardi del 1995. L’utile netto sale da 112 a 1.842 miliardi di lire. “Quando il gruppo Ilva entra nella Riva Fire, i bilanci di quest’ultima, in soli 12 mesi, schizzano in verticale. La procura di Milano sequestra al gruppo Riva 1 miliardo e 200 milioni di euro.: è stato “trasferito all’estero denaro”, e con esso “strumenti finanziari”, finiti in 8 società off shore. Il tutto è riconducibile a “tre operazioni di partecipazioni industriali conseguenti all’acquisizione dall’Iri”. Avete letto bene: tutte conseguenti all’acquisizione dell’Iri”. Soldi che finiscono in otto trust, fittiziamente intestati, che agevoleranno il “riciclaggio e il reimpiego” del denaro.” (da Il fatto quotidiano). Nel 2012 i Riva vengono accusati dalla magistratura di molti reati che si riassumono con la parola DISASTRO AMBIENTALE. Una città colpita dall’inquinamento, un quartiere intero dove la mortalità e l’incidenza dei tumori e di tante malattie è alta, terreni adiacenti dove rifiuti tossici sono stati sotterrati al punto che le capre vengono allontanate da chi le pascolava nelle vicinanze. Scattano arresti e sequestro: per i giudici questi impianti “sono fonte di morte e malattia”. Dalle indagini si viene a sapere che l’atmosfera è stata inquinata pesantemente da grandi quantità di polveri molto inquinanti e tossiche e 11.000 persone sono morte come conseguenza accertata di patologie indotte. Cominciano scioperi nello stabilimento, perché gli stessi operai hanno subito condizioni indecenti, il governo interviene e comincia un tira e molla tra governo italiano e proprietà della fabbrica, ci sono minacce di sequestri. Il governo Berlusconi nel 2009 aveva varato il cosiddetto “scudo fiscale” per far rientrare i capitali dall’estero e la famiglia Riva ne approfitta in modo illegale, viene creata una operazione di salvataggio ( insieme pure all’Alitalia) in cui la parte dei debiti viene affidata allo stato ( con una cosiddetta “bad company”) e ai privati viene affidata la parte sana. Anche la sinistra dopo Berlusconi continua l’opera e alla fine interviene il governo LETTA che per decreto stabilisce l’obbligo di bonificare tutta l’area dopo che i carabinieri avevano sequestrato tutta l’area contaminata insieme a oltre 1 milione di tonnellate di acciaio. Lo Stato ancora una volta accorre in soccorso dei Riva: il governo Monti – esautorando l’autonomia della magistratura – emana la legge Salva Ilva che consente al gruppo Riva di continuare a produrre e vendere acciaio. Nel 2015 il governo italiano interviene e commissaria l’azienda, e nel 2018 il ministro Calenda trova un compratore Arcelor Mittal, 1 produttore al mondo di acciaio. Accordo perfezionato da Luigi di Maio che succede al posto di Calenda e la fabbrica viene “affittata temporaneamente” alla nuova azienda con obblighi di risanamento dei cosiddetti “parchi minerari” cioè grandi depositi di polverino di carbone che il vento di Taranto sparge nell’aria inquinandola. La proprietà viene garantita con una specie di “scudo legale” che le permette di continuare a lavorare senza dover essere coinvolta in indagini giudiziarie che riguardano il passato. Nel frattempo, la crisi dell’acciaio va avanti, inizia un periodo mondiale di dazi e pochi giorni fa ILVA annuncia di voler chiudere la fabbrica. Adesso non sappiamo se finirà un’altra volta all’italiana, ma questa è una storia che puzza di soldi sporchi, di morte e di una grande beffa ai danni di Taranto e di tutto il sud che è stato sfruttato e spremuto come una vacca da mungere , con la connivenza dello stato italiano. L’industria ha fatto i suoi affari con produzioni altamente inquinanti ai danni dei cittadini, dello Stato, e l0o stato l’ha aiutata ad andare avanti nel nome della salvaguardia del lavoro e adesso che i buoi sono scappati dalla finestra cosa resta in mano a Taranto? Non abbiamo ancora avuto il piacere come italiani di avere un governo che difenda davvero gli interessi del meridione, che siamo stati trattati come una colonia. E’ ora che le popolazioni meridionali che in 2 milioni di persone dal 200 ad oggi se ne sono andate dal sud in cerca di lavoro, è ora che cominciamo a ripensare questo nostro rapporto con l’Italia e col mondo di oggi, prendendo meglio in mano il nostro destino.

FABIO MENIN

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