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Dillinger è morto (?) - riflessioni non brevi sul post coronavirus

Cosa accadrà domani?
Da giorni, ossessivamente, sento porre questa domanda, con l’intento non troppo celato di offrire una speranza alla nostra visione del futuro. La risposta che molti si aspettano, o cui tutti auspicano, è la seguente: “non preoccupatevi, alla fine di questo drammatico periodo l’umanità sarà cambiata, le nostre abitudini saranno diverse, i nostri comportamenti saranno migliori, niente più guerre, ingiustizie, sgarbi quotidiani”. In sostanza, la pandemia, si spera, decreterà la fine dell’inferno che noi stessi abbiamo costruito e ci porterà, automaticamente e inspiegabilmente, alle porte del paradiso.

Certo, non si può negare che questo momento drammatico abbia imposto nuovi ritmi. Tutti, con evidenti eccezioni, stiamo riscoprendo il valore della lentezza, il piacere di sperimentare la forza creatrice della noia. L’umanità si è fermata e con essa la sua frenesia, l’ansietà costante del quotidiano vivere.
Allo stesso modo, ci riamo scoperti ancora fragili, non invincibili come credevamo.
Il progresso scientifico e tecnologico aveva sopito, in qualche modo, il nostro sentimento di mortalità, il superomismo stoico dei professionisti della produzione quale conseguenza della illusoria credenza di essere immortali.
Le nostre parole d’ordine sono improvvisamente cambiate, così come le nostre routinarie esperienze e le nostre priorità.
Metà della popolazione mondiale è chiusa nella propria casa, in attesa che qualcuno possa consentirle di tornare alla propria vita.
“Saremo migliori”, dicono in molti. Ma si intravvedono, nitide, le prime avvisaglie di normalità.
Già nell’immediatezza, per mezzo degli elefantiaci mezzi di comunicazione che ci tengono costantemente in contatto, vi è stato il totale appiattimento dei comportamenti.
Dopotutto, eravamo pronti da tempo a comunicare, ossessivamente, attraverso i nostri smartphone, le nostre forme di socialità erano già in gran parte predisposte alla reclusione più estrema.
“Come l'individuo non è assolutamente un essere unico e separato dagli altri, ma è anche un essere sociale, così la psiche umana non è un fenomeno chiuso in sé e meramente individuale, ma è anche un fenomeno collettivo”. La breve riflessione di Jung, è significativa per comprendere le distorsioni dell’influenza collettiva e, dunque, che nessun cambiamento è in atto.
Nuove abitudini, è vero, ma ugualmente convenzionali. Il conformismo sociale, luccicante e iperproduttivo, si è trasformato in un nuovo conformismo domestico: composto, anch’esso, di riti meccanici, parole ricorrenti, gesti uniformi, ostinata ostentazione.
Cosa accadrà domani? Esattamente ciò che è accaduto ieri.
Non è la sede per una digressione politica sul nesso tra la solidarietà fiscale (pagare le tasse) che si manifesta ex ante e solidarietà sociale che si manifesta ex post, sembra opportuno, invece, fare un breve cenno allo spirito riscoperto di solidarietà.
Il rischio pandemico ha fatto emergere paure che una parte dell’umanità aveva dimenticato, ma, soprattutto, ha flebilmente solleticato le sensibilità intorpidite dei vincenti.
Molti sono accorsi, pur sempre facendone una narrazione egocentrica, in aiuto degli ospedali, invocando, a gran voce, l’intervento dello Stato.
Abbiamo tutti, sorprendentemente, constatato che ci sono persone persino prive di una dimora in cui trascorrere questi tragici giorni, ci sono altri che, anche nel nostro Paese, lottano ogni giorno per mangiare e garantirsi i servizi minimi essenziali alla sopravvivenza, oppure alcuni, molti, che non hanno abbastanza denaro per vivere dignitosamente diversi mesi in casa senza lavorare.
Quando tutto sarà finito è ragionevole credere che la solidarietà sarà la nuova stella polare dei nostri comportamenti, in luogo dell’egoismo?
Da una parte c’è chi immagina un cambiamento sociale.
La comunità avrà una maggiore sensibilità, una maggiore capacità di percepire i bisogni e, pertanto, una nuova coscienza interclassista comporterà una più accurata soluzione alle diseguaglianze.
Dall’altra parte c’è chi immagina un cambiamento individuale.
L’individuo avrà una nuova concezione di sé, delle sue priorità, di ciò che è essenziale e ciò che è inessenziale; pertanto, riaffermerà con forza il suo diritto alla felicità, rinunciando alla frenesia dei ritmi, al denaro sovrabbondante, all’egoismo.
In sintesi, lo scontro titanico tra egoismo e solidarietà, vedrà trionfare indubbiamente l’ultima.
Una conclusione di questo tipo, certamente affascinante, ignora quasi del tutto un elemento necessario dell’assunto: la capacità di adattamento dell’uomo.
Come si può facilmente notare, quasi tutti, quasi indistintamente, ci siamo quasi adattati, quasi perfettamente, a questa nuova vita domiciliare, a non uscire o ad attendere in fila per l’ingresso in un supermercato.
Eravamo pronti, come già riportato in precedenza, a forme di comunicazione che presupponessero l’isolamento, ma non eravamo, comunque, preparati (o forse i più giovani sì) a rinchiuderci anche fisicamente, e non più solo psichicamente, nelle nostre dimore.
Questo nuovo ordine ha solo dimostrato, ancora una volta, la capacità dell’uomo di adattarsi a situazioni diverse e, parimenti, il nesso tra adattamento e abitudine.
Sicché è chiaro che quando torneremo alla normalità, trascorso un ragionevole tempo di adattamento, tutto tornerà uguale a prima.
La realtà distopica di oggi non può automaticamente offrirci l’utopia di un futuro manicheicamente giusto.
Cosa accadrà domani? Esattamente ciò che è accaduto ieri.
L’uscita dalle nostre case rappresenterà un nuovo drammatico contatto con la realtà. Quella che oggi, a causa della pandemia ancora violentemente in corso, è una lotta contro la morte, diventerà domani una lotta per la sopravvivenza.
Nuove fragilità emergeranno e una nuova rabbia sociale è già dietro l’angolo.
Il dolore di chi ha perso i suoi cari potrà trasformarsi in risentimento per chi non li ha adeguatamente protetti.
La frustrazione di chi si aspettava e credeva di meritare di più potrà trasformarsi in collera.
Ma anche le classi cosiddette più agiate riscopriranno il timore di perdere parte di quell’agiatezza, affronteranno di nuovo debolezze da poco sconfitte.
Forse saremo peggiori. La società rischia di diventare maggiormente denarocentrica e la tirannide della ricchezza assumerà il ruolo di cura palliativa contro la paura.
I ritmi potranno tornare più frenetici, gli egoismi più egoisti.
La solidarietà meno solidale, la carità meno caritatevole.
Ciò perché ognuno penserà di aver perso o di aver corso il rischio di perdere troppo e, di conseguenza, metaforicamente questa volta, resterà chiuso tra i confini delle proprie certezze.
Ci abitueremo di nuovo alla normalità, coi sogni eterodiretti trasformati in superflui bisogni.
Cosa accadrà domani?
La speranza che molti ripongono nel futuro, pur doverosamente da adattarsi ad un principio di realtà, ha risvolti interessanti e un significato profondo.
Siamo sostanzialmente insoddisfatti delle nostre vite e della società in cui viviamo. Ciò perché abbiamo permesso di far prevalere il principio secondo cui “se la maggioranza degli individui è felice, la comunità è felice”.
L’unica possibile speranza è, forse, insita nel capovolgimento di questo paradigma: è una comunità felice a rendere felici gli individui.

Giovanni B. Leonetti 

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