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Tempo di Guerra. Nella gelida notte morì "Murello", il barbone


(Pubblicato dal quotidiano “il Giornale del 6 Ottobre 2018).

Murello,questo era il soprannome,era un barbone di Corigliano. Sempre intabarrato in un vecchio liso mantello nero,sia che fosse inverno,sia che fosse estate.Suppongo che,quel mantello,più che altro,servisse a nascondere gli stracci che indossava sotto o,ed è più probabile,ciò che non aveva sotto. Viveva di elemosina.Ma non ho mai visto un povero chiedere l’elemosina con lo “sgarbo” e “l’arroganza” di Murello.

 E non l’ho mai visto sorridere,nemmeno quando gli davi un tozzo di pane,prezioso in quei tempi (anni di guerra ‘4O-‘45) di fame e di carestia.E non l’ho mai sentito dire <grazie>. Ma lo sapevano tutti che Murello era fatto così e,in fondo,tutti gli volevano bene.
Se gli davi qualche soldino andava subito all’osteria. Abbiamo provato,talvolta,,a sfotterlo,noi bambini,gridandogli dietro “muro,...murello”,col risultato di farlo andare su tutte le furie,con imprecazioni e maledizioni nei nostri riguardi ma,a dire il vero non ci ha mai inseguiti nè,tantomeno,ha acciuffato uno di noi.E,a dire il vero,a giudicare dal suo passo svelto e dal suo modo agile di camminare,si poteva dedurre che,malgrado le sofferenze ed i patimenti di una vita di privazioni e di fame,era In buono stato di salute e ricco di energia.
Ma smettemmo quel rito dello sfottò quando un signore,molto assennato,ci suggerì di non farlo più,perché Murello,in gioventù, era stato macellaio,ed era,ancora,sempre fornito di un coltellaccio. Viveva in una stalla abbandonata di un vecchio rudere,che era stato il convento,forse basiliano,della chiesetta della “Jacina”. Il suo giaciglio era la mangiatoia riempita di paglia.
Qualche pomeriggio,avendolo visto andare verso il centro storico dell’abitato,sicuri della sua assenza,ci siamo spinti fino alla sua dimora,quella stalla che,però,gli assicurava un tetto ed era munita anche di porta,sebbene sgangherata è piena di fessure.
Ed abbiamo esaminato dettagliatamente le sue cose.Oltre a quella provvidenziale mangiatoia,una specie di piccolo ripiano che gli consentiva di accendere un fuoco per riscaldarsi ma,più che altro, per cucinarsi qualcosa,almeno a giudicare da qualche tegame e qualche pentola ammaccata che teneva agganciati a dei chiodi infissi nel muro.Sul ripiano di una mensoletta un malandato e arrugginito contenitore di olio.Qualcuno di noi,malignamente,volle insinuare che quell’olio proveniva dai “lumini” che la devozione popolare non mancava di rifornire in omaggio della Madonna. Non abbiamo mai capito dove si rifornisse di acqua nei mesi di siccità del torrente “Jacina “ che lambiva la zona.
E non chiedetemi dove facesse i suoi bisogni,con tanta campagna che c’era intorno,e non chiedetemi se si pettinasse,con quella zazzera al vento,e non chiedetemi come si radesse,dato che non l’abbiamo mai visto con una barba,più di tanto,lunga.
In un caldo mese di luglio del ‘43 un tale aveva abbandonato,a bordo strada,l’asino che,ormai vecchio e moribondo,non ce la faceva a proseguire.
Arriva Murello,e con un ghigno mefistofelico,sfodera il coltellaccio e recide la carotide dell’animale che era già agonizzante e,dopo un sommario dissanguamento,comincia,con perizia da vero macellaio, a tagliare i pezzi migliori da portar via.
E noi,tutti intorno,senza fiatare,a guardare lo spettacolo che,pur violento e spietato,in fondo appagava la nostra “pietas” nei confronti di Murello che riusciva a riempire il suo “carniere” (un sacco di muta). All’improvviso,arriva il padrone dell’asino ed inveisce contro Murello che gli aveva “ammazzato”la bestia. E Murello,come prima scusante,disse che l’asino era già morto,e indicava noi come testimoni della sua verità.
Figuriamoci.Noi.Bambini di cui al massimo uno aveva dodici annni. Ma una notte del Gennio del ‘45 Murello moriva.Assiderato. Non ce l’aveva fatta a raggiungere la stalla e,complice qualche bicchiere di vino in più,si addormentò nella cunetta stradale.
L’indomani,tutti gli alunni della scuola media,poterono assistere alla pietosa scena di Murello,disteso nella cunetta,con un viso,forse per la prima volta,sereno.Era coperto da una coltre di sterco d’asino secco e mineralizzato che,in quegli anni,abbondava sulle strade, dato che l’asino era il mezzo di trasporto più diffuso,di cui disponeva la maggior parte degli abitanti di Corigliano.
Il vento,nel turbinio di quella gelida notte,l’aveva ricoperto di un pietoso,quanto inefficace,manto protettivo,lasciando scoperto solo il viso,giusto per farlo riconoscere a tutti noi. Non nascondo che quel giorno tutti fummo alquanto distratti nel seguire le lezioni.Il pensiero andava sempre a...Murello. Con Murello veniva a mancare l’ultimo barbone di Corigliano.
E quegli escrementi d’asino furono,forse,l’ultima testimonianza di una civiltà che stava per scomparire.
Tra poco il “ronzio” delle prime “Vespe” ed il rombo dei motori delle nuove auto utilitarie avrebbero scandito il ritmo crescente del preludio di una motorizzazione che avrebbe dato connotati impensabili alla movimentazione civile,commerciale ed industriale. La morte Murello segnò la linea di displuvio di due epoche storiche che avevano poco in comune per usanze ed abitudini coriglianesi, non esclusa la presenza dei...barboni.

Ernesto SCURA

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