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Per una nuova Città, la regola e la bellezza


“Chiedete al rospo cosa sia la bellezza e vi risponderà che è la femmina del rospo
.”  ( Voltaire)
Mio padre era “ nu mastri fravicaturi” , un muratore. Lo fu per tutta la sua vita.
D’estate, chiuse le scuole, mi portava con sé sui cantieri per aiutarlo. Mi impegnavo, così, durante la giornata lavorativa nel tenere pulito lo spazio dove egli si adoperava ed inoltre, a richiesta, gli passavo gli attrezzi che via via utilizzava. La regola o regolo o anche riga, era un asse di legno che serviva per l’allineamento dei mattoni e per uniformare lo spessore degli intonaci posati sui muri. 

Altri strumenti da lavoro erano la livella, la squadra, la cazzuola, la mazzetta, gli scalpelli, il filo ed il filo a piombo. Questi e pochi altri erano gli attrezzi che servivano a mastro Ciccio per la realizzazione dell’opera muraria finita a regola d’arte.

Quando, più grandicello, appresi la storia di Hiram Abif scoprii che l’antica arte dei muratori fondava i suoi principi nei rapporti numerici, nella geometria , nell’ordine tecnico, nel rispetto di regole liturgiche , nello studio di aspetti necessari per raggiungere quella perfezione laica dell’architettura umana, quella maggiore età dell’uomo quale essere dotato di ragione e di lume. Se l’urbe era, quindi, sin dal principio luogo politico e l’oggetto privilegiato dei costruttori di civiltà, altri uomini erranti, forse sciamani, si assegnarono la libertà espressiva, la religione, l’alchimia. “Spinte” apparentemente contrapposte muovevano l’umano pensare ed agire, tra queste sicuramente un posto privilegiato è occupato dalla regola e dalla bellezza, qualità che nel loro incedere si presentano quali facce della stessa medaglia coniata presso l’opificio dell’Arte.
In fondo cos’è la Civiltà Greca se non la storia di una ricerca costante di regole e di bellezza, di armonia e canoni, di ordini geometrici, sezioni auree, di idealità e di estetica. Un’ arte incommensurabile. E seppur alcuni considerano questo nostro tempo il tramonto della civiltà della bellezza, probabilmente l’arte non prenderà parte alla sua morte. E’ già accaduto nel primo novecento, dopo “la morte di Dio”, quando si determinò la negazione del tutto e, quindi anche della bellezza , quando appunto l’arte consegnò al mondo l’espressionismo e le avanguardie. Allora, tra i tanti giovani artisti, toccò a Pablo Picasso riordinare l’arte attraverso una geometria post euclidea e la magia africana , arte che oggi conosciamo come Cubismo.
Più avanti Giorgio De Chirico e la sua Metafisica sveleranno le architetture e le piazze senza tempo, luoghi onirici in cui l’ordine si prospetta nell’oltre, nel magico, nel sè. L’uomo così diviene nella dimensione dechirichiana manichino svuotato di ogni energia e identità ed è in questa visione in cui si attende che risorga l’ umano che si rivela l’aspetto complementare della geometria e del colore quali struttura e rivestimento del mondo armonico, dell’arte stessa quale pratica divinatoria che sin dai primi vagiti dell’uomo appare quale luogo e viatico della bellezza. Qualità, la bellezza, che certamente non necessita di domande per spiegarsi universalmente attraverso il più straordinario ed articolato linguaggio che sia mai apparso, comprensibile a tutti e ad ogni latitudine del mondo. Poiché di mondo si tratta e di una sua concezione, è la natura stessa a farci da maestra d’Arte e ad interrogarci sui nostri comportamenti e profitti. Sono i fiumi, il cielo ed i mari che si presentano come i nostri quaderni scolastici: visibili a tutti. Così, oggi, ci si accorge che l’uomo non è diventato maggiorenne, come auspicava Kant, ne ha inteso solo la proposizione, non la sua applicazione. Questo è il “regolo” che deve misurare l’edificio umano e, dunque, determinare che la proposizione deve corrispondere alla costruzione dell’edificio a regola d’arte.
A testimonianza di tanto vi sono opere straordinarie di poeti e di artisti. È questo il genio errante che abita l’uomo che crea bellezza che muove provocazioni e che paradossalmente riconosce ad un cesso, ad un pisciatoio, ad una porzione di merda più arte di quanta uomini ammantati di potere e ricchezza potrebbero apprezzarne nell’Ermes di Prassitele o nella Nike di Samotracia. Se quindi la regola e la bellezza trovano una loro condizione d’essere per vivificare l’architettura più alta dell’umano attraverso la ricerca della verità si consideri che tanto è reso possibile, scrive Heidegger, “da un’arte resa necessaria dal Dio più lontano” - il sovvertimento è dunque possibile- “se l’arte è il mettere in opera la verità”
E dunque è qui intesa un’arte “divina” di bellezza, di regole, di verità che non corrisponde affatto all’idea di un esercizio del potere emanatore di leggi. La regola quale architettura umana è condizione ben diversa di codici di leggi e norme sanzionatorie di riferimento. Non solo perché in questo contrasto si prefigura e sopravvive un ordine arcaico e patriarcale ma soprattutto perchè si elude violentemente l’aspetto della madre creatrice e dispensatrice di bellezza e di magia, l’ utero originario e terminale della vita.
Così accade che quando l’ordine e le leggi vengono corrotte dal potere degli stessi uomini che le hanno proposte e approvate vi è un avvitamento irreversibile verso il brutto e che vede, ahinoi, l’umano allontanarsi dall’ uomo politicus per insorgere quale coscienza critica avverso l’orripilante e meschina creatura che inquina, corrompe, uccide e che governa con subdola coercizione e ricatto dei popoli.
L’artista stesso, ovvero colui che si autodetermina a misura dell’umano, giunge, quindi, a farsi angelo vendicatore e distruttore del brutto , del “piuttosto che niente” , del “meno peggio”.
È questo lo spirito dell’arte che si arma a baluardo di resilienza contrastando quelle ovvietà e bruttezze che colmano da tempo ogni misura.
Se, dunque, una Città deve sorgere che nuovi costruttori capaci si facciano vivi e che la bellezza scenda in mezzo a noi.
Amen! 

Alfonso Caravetta

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