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Dai ponti che crollano alla morte per una gita sul fiume

La prevenzione è l’unica ricetta seria di cui l’italia ha urgente bisogno.
I due gravi episodi avvenuti in questo scampolo di estate di fine agosto , il crollo del viadotto Polcevera a Genova e la morte di 43 persone, e la morte di una decina di turisti ieri nelle gole del torrente Raganello in piena improvvisa dopo una forte pioggia sul Pollino Calabrese, ebbene questi due episodi sono la spia di un malessere più grande di cui il nostro paese soffre, che unisce sia i governanti e le grandi opere che essi realizzano, che la vita delle famiglie di tutti i giorni. 

Noi siamo un popolo bravissimo, forse i primi al mondo ad organizzare soccorsi dopo grandi tragedie, terremoti e alluvioni, perché abbiamo una struttura di Protezione Civile che unisce i principi organizzativi moderni alla cultura della solidarietà in cui noi italiani siamo eccellenti. E invece entrambi gli episodi che ho descritto denunciano uno dei vizi del nostro modo di pensare che va dal più umile cittadino al primo ingegnere o al primo governante: pur vivendo in un territorio fragile e bellissimo, perché stretto tra montagne e mare con poche pianure spesso sovraffollate( come la pianura Padana o la stretta costiera tra i torrenti dove sorge Genova e le altre città della Liguria) noi ci avventuriamo in azioni che mettono a rischio la vita e la sicurezza dei cittadini e non ci poniamo il problema di evitare i rischi inutili.Primo caso: ponte crollato: sia la società autostrade che il Ministero delle Infrastrutture sapevano almeno otto mesi prima del crollo che sul quel ponte c’era qualcosa che non funzionava. Ebbene nessuno né tra i tecnici che hanno firmato le relazioni critiche, né tra i funzionari che dirigono il ministero ha pensato di fermare il traffico e di avviare i lavori di consolidamento in sicurezza. Lo stesso ragionamento vale per almeno altri cinquanta viadotti importanti nel nostro paese, e ora infatti in varie regioni d’Italia i sindaci cominciano a preoccuparsi seriamente e fanno chiudere i viadotti che non sono sicuri e cercano di correre ai ripari. Ma il ragionamento può essere esteso alle alluvioni ricorrenti nel nostro paese, perché circa il 70% del territorio italiano è a rischio idrogeologico( cioè’ di alluvioni o frane) ma nessun governo finora si è posto l’obiettivo politico di risanare il nostro territorio con le armi della tecnica moderna: creare casse di espansione dei torrenti per evitare che le alluvioni siano distruttive e mortali, intervenire con opere di rimboschimento e di contenimento nelle aree più a rischio frana. Centri storici dell’Italia centro meridionale: tutti in zone altamente o mediamente sismiche, ma non ci sono piani a lungo termine per la messa in sicurezza o lo spostamento degli abitati almeno i più popolosi.Secondo caso: il torrente Raganello ha delle gole bellissime che ogni anno sono meta escursionistica di migliaia di persone. Si deve passare attraverso un canyon di pareti rocciose alte quaranta metri e larghe meno di un metro nei punti più stretti. Lì passa il torrente Raganello ed è affascinante passarvi e attraversarlo ripercorrendo il tragitto dell’acqua. Eppure nessuno ci va facendosi accompagnare da guide esperte locali che pure ci sono nel territorio e così ci si improvvisa in una giornata non di mare, perché il sole non c’era e c’era la minaccia di pioggia sulla montagna. E ci si dimentica che si rischia ad andare lì. E così succedono altri episodi simili avventurandosi in boschi sconosciuti o in pendii nevosi poco stabili quando la neve non è consolidata . E’ bello entrare nella natura selvaggia, ma ci si dimentica che la natura ha le sue regole che animali e piante conoscono da millenni e ci convivono, mentre noi no, ce ne dimentichiamo o le ignoriamo e crediamo bellamente di poter sfidare la nostra natura che così diventa pericolosa per la nostra stessa vita.Cultura del rischio o della prevenzione? A questo punto la società nel suo insieme deve interrogarsi in maniera semplice , ma profonda: vogliamo adattare la nostra società a convivere col rischio gratuito, o è meglio cercare di evitare i rischi inutili facendo le opere necessarie e adottando i comportamenti corretti? La mia opinione è che salvaguardando il nostro carattere italiano di idealisti( ma anche opportunisti) e individualisti, che forse come ha scritto Dante Alighieri è difficile scrollarci di dosso, ebbene nonostante ciò è ora che cominciamo a cambiare modo di ragionare. Conviene investire cento euro oggi ad abitante ( che fa 6 miliardi, nella prospettiva di investirne almeno sessanta nei decenni) piuttosto che spenderne dieci miliardi all’anno per riparare i guasti e i danni oltrechè i morti. L’esempio deve in questo caso venire dall’alto, e secondo me dovrebbe essere diffuso anche nelle scuole: il governo ha il dovere di impegnare le sue risorse e tutte quelle che troverà per la sicurezza del vivere civile: investire nelle infrastrutture da risanare, nella regimentazione migliore delle acque e nella messa in sicurezza degli abitati più a rischio , nella prevenzione delle frane. Ho sentito alcuni ministri della Lega, e dei cinquestelle, in questi giorni rilanciare l’idea di un piano nazionale di sicurezza idrogeologica. Ecco: siccome i geologi ed altri tecnici ne parlano da almeno 50 anni, ma nessuno si decide mai a dargli ascolto, vediamo se questa è la volta buona. Analogamente andrebbe rilanciato un programma serio di educazione civica che io chiamerei educazione alla prevenzione che insegni ad un bambino come stare attento ad evitare i rischi più comuni di incidente dalla vita in casa, alla strada ad altre situazioni.

prof. Fabio Menin
 

 

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