O parroco! Mio parroco!

L’analogia con «O capitano! Mio capitano!», indimenticabile citazione della poesia di Walt Whitman nel famoso «Attimo fuggente», mi è risuonata, istintivamente, in mente nel leggere un recente articolo.

Pur non essendo un cristiano di “primo pelo”, né tanto meno di “secondo”, ricordo perfettamente (e come non potrei..) quando il «mio» amato parroco fu costretto a lasciare, dopo anni, la parrocchia.

 Un gelido e ruvido manto mi avvolse di tristezza e, pur sussistendo validi motivi alla sostituzione, senza di lui la “mia” parrocchia, la magia della parrocchia “fontana del villaggio”nonché  “seconda casa” andò in frantumi. 

 Gli avvicendamenti avvengono, generalmente, tra giugno e settembre, à ra refriscàta , ed hanno un vago sentore di bocciati e promossi. 

Un tempo c’era il “curato d’anime”, oggi c’è il “preposto a servizio”, un tempo si parlava di “padre”, oggi, spesso, si tratta di “funzionario spirituale”.
Questa prassi, lungi dall’essere indolore, genera un trauma persistente nelle comunità, almeno fino a qualche anno fa, stimolava anche raccolte di firme, lettere di protesta contro il vescovo, minacce di apostasia, di virare verso i Testimoni di Geova o, addirittura, l’Islamismo, buddismo, induismo, quaccheri e mormoni e, perfino, figli della luce.

Tuttora, comunque, almeno coloro che sono  più  vicini a Madre Chiesa, rimangono perplessi, Quali sono i criteri degli avvicendamenti? Perché alcuni sacerdoti vengono regolarmente spostati ed altri sembrano inamovibili? Sono spostamenti selettivi? E il vescovo ha o non ha il dovere di rendere espliciti i criteri degli avvicendamenti pubblicandoli,magari, nelle bacheche parrocchiali? 

Invero, esistono precise disposizioni della Conferenza episcopale italiana che ha fissato in nove anni (così pare) il tempo di permanenza di un sacerdote in una parrocchia (in altri Paesi è addirittura più breve), così da trovare un punto di equilibrio fra la “stabilità” prevista dal Codice di diritto canonico e l’esigenza di effettuare una rotazione senza mettere in discussione i fondamenti stessi di comunione e, in ultima analisi,la credibiltà del Magistero sulla sinodalità.

Certo alcuni spostamenti lasciano interdetti. Sembra quasi che il presbitero venga trattato come un funzionario, un amministratore di servizi religiosi, gli si chiede di adattarsi in altri contesti ignorando il bisogno di stabilità affettiva e di reazioni profonde con il proprio gregge.

Dove c’è troppa mobilità, nasce la superficialità. Dove tutto è provvisorio, nulla matura. Ogni comunità ha bisogno di tempo per conoscere e farsi conoscere dal proprio pastore. Ogni pastore ha bisogno di tempo per imparare ad amare quella comunità non per dovere, ma per appartenenza. 

Oggi, tempo di indifferenza e menefreghismo, forse solo qualche beghina o critichèro per natura, storce il naso, qualche flebile protesta viene consegnata agli onnipotenti e onnipresenti social. 

Ognuno esprime legittimamente il proprio parere.

 Il Magistero recente, e in particolare il pontificato di papa Francesco, com’è noto, ha posto la sinodalità al centro della riflessione ecclesiologica, non come moda passeggera, ma un tratto costitutivo della Chiesa, intesa come Popolo di Dio in cammino. Essa si esprime nella capacità di “camminare insieme” (syn-odos), nell’ascolto reciproco e nel discernimento comunitario.

Ora, è elementare considerare che non al parroco bisogna affezionarsi (lo stesso vale per l’insegnante o qualsiasi altro guru) ma tutt’al più alla parrocchia intesa come una vera e propria comunità viva, un luogo di incontro, di crescita, di servizio e di fede. 

La Chiesa non finisce in parrocchia e la parrocchia non finisce con il parroco.

I parroci sono temporanei, la parrocchia con le sue componenti, invece, resta e continua nel suo cammino e guai se così non fosse. Il resto va da sé, anche il parroco è in cammino con i suoi limiti, la sua crescita, i suoi errori, le sue cadute e come noi ha bisogno di sostegno e accompagnamento spirituale, metafora della stessa vita mai uguale, esperienza che muta continuamente: si cresce, si cambia città, si cambiano gli amici, si cambia lavoro.

 Per quanto ci possiamo affezionare ai nostri parroci o ai nostri vescovi (ed è bello che sia così), la nostra radice è in Cristo: non andiamo a Messa né per il parroco né per il vescovo, i laici che  svolgono un servizio non lo fanno certo per il parroco, ma per Gesù,chiamati dal Padre. E’un atto d’amore.

 E se proprio vogliamo volare un pò più in alto la Scrittura ce lo conferma: Abramo è chiamato a lasciare tutto e partire, Mosé si scontra con i faraoni che lo avevano salvato, i profeti dicono il loro “eccomi” anche a costo della vita, Maria pronuncia il suo “fiat” affidandosi pienamente a Dio, gli apostoli seguono Gesù senza capire pienamente chi sia.

 Il tutto si chiama «ubbidienza». In Cristo siamo tutti uniti, in cammino verso la Gerusalemme celeste, insieme e non separati secondo, come detto, quel principio di sinodalità che a volte perfino noi laici fatichiamo ad attuare.

 Tutto giusto da un certo punto di vista. I vescovi, che certo non sono infallibili, sicuramente hanno una visione dell’intera diocesi che ad altri inevitabilmente manca e quindi possono bilanciarne e valutarne meglio i bisogni e le necessità ma certo un pò di glasnost in più non guasterebbe.

Fin qui la versione ad usum delphini. Più terra terra  parlare (in questo caso scrivere ) è arte facile. Siamo esseri umani, fortunatamente dotati, da default, di tutto l’armamentario affettivo-emozionale. Siamo caratteriali,umorali,impulsivi; ciondoliamo tra simpatie,antipatie,stereotipie e ..ludopatie,  siamo capaci di amare una formica e di infliggere le più tremende torture ai nostri simili. E non è colpa nostra se ci hanno disegnato così (sic!).

 Ma poi, mi chiedo, cosa ne sappiamo noi cosa motiva un vescovo,(dovremmo saperlo?), pienamente legittimato,ed «ispirato», ricordiamolo, a muovere e spostare le caselle.

 Non lo fa certo per capriccio! 

Tra l’altro esiste sempre il Canone 1748  che pone un limite chiaro: il trasferimento deve essere motivato dal “bene delle anime” o dall’“utilità della Chiesa”, e non abbiamo motivo alcuno per credere che così non sia. 

Non si tratta, infine, di demonizzare ogni forma di mobilità. Ci sono momenti in cui il trasferimento è necessario, giusto, persino evangelico (i parroci vengono spostati per andare a guidare non una, ma 3 o 4 parrocchie insieme, riorganizzando il territorio. A volte è lo stesso sacerdote a chiedere al vescovo un trasferimento,magari perché anziano, stanco, o bisognoso di una comunità più piccola e meno esigente dal punto di vista amministrativo), ma quando la prassi diventa sistema,  automatismo, priva di un reale discernimento spirituale, allora diventa un dispositivo di sterilità, non di grazia.