Il tema della “Fusione” ha conquistato la scena della discussione politica locale in modo trasversale sia per fasce d’età che per “appartenenza” politica. Vedere in ogni angolo delle città (web incluso) donne e uomini discutere con fermento di quella che è una tematica d’interesse generale, è entusiasmante. Specie se a parteciparvi sono anche i giovani, impropriamente etichettati come una generazione passiva e poco attenta alle tematiche sociali. 

Quello che stona è, però, l’eccessiva aggressività che, spesso, sfocia nell’insulto. Questo rischia di trasformare un’opportunità di confronto e di crescita in una sorta di guerra di schieramenti che lascerà solo macerie, qualunque sia il risultato. Pensiamo che la prima preoccupazione dei soggetti maggiormente interessati a tale evento, debba essere proprio quella di far tenere la discussione su toni rispettosi e clementi. Ed ancora appare preoccupante il ruolo “secondario” che ha assunto il consiglio comunale coriglianese nel dibattito: questo anche alla luce delle criptiche dichiarazioni del Sindaco che fanno pensare ad un ripensamento sull’atto d’impulso ma che danno anche la misura di una evidente spaccatura dello stesso Consiglio. Il venir meno del ruolo dell’amministrazione crea, inevitabilmente, un vuoto che è difficile colmare.
In questo contesto preoccupa anche la lettura che viene data all’idea stessa di fusione: gli si assegna un ruolo, spesso incastonato in certezze granitiche che di granitico hanno ben poco, che vorrebbe farne la soluzione di tutti i mali, di tutte le difficoltà e le debolezze proprie della nostra Terra e del Meridione in generale.
Il nostro No, centrato nel “qui ed ora” e nel “non in questo modo”, sorge in primo luogo come reazione a questa lettura. Una fitta confusione su quelle che sono le reali cause e responsabilità di determinate situazione che investono da anni i nostri territori. E’ in ragione di questo che la fusione viene presentata volutamente come un sogno, ad una comunità alla quale non rimane che sognare. Ed allora questa dimensione onirica, camuffata da certezza, rischia d’essere uno specchietto per le allodole rispetto ai veri temi politici delle politiche per il Meridione. I nostri dubbi allora possono essere schematizzati in 10 punti (cosa in auge, specie nell’ultimo periodo):
1) FINANZIAMENTI STATALI: TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE.
La famosa “pioggia di finanziamenti statali” in realtà appare molto più limitata rispetto a quanto si racconta. Vi è un tetto di erogazione massima pari a 2 milioni di euro che, se spalmati su di una popolazioni di circa 80 mila abitanti, ammonterebbe ad appena 2 euro al mese per residente. Cifra che comunque rimane vincolata al rifinanziamento del fondo creato ad hoc dallo Stato centrale. Troppo poco per essere il principale argomento pro fusione.
NB: la conferma di tale finanziamento per le nuove fusioni sembrerebbe non confermato nella finanziaria 2017.
2) NON VOTIAMO UNA FUSIONE CHE POGGIA LE SUE BASI SUL NULLA.
Non esiste un progetto, una pianificazione, un prototipo di città unica similare a quella che si sta pensando. Sarà tutto affidato alla Provvidenza. Ed ai continui richiami alla predisposizione di uno studio di fattibilità, le istituzioni ci hanno voltato le spalle. Volutamente, non è stato ancora elaborato uno “Studio di fattibilità”, ovvero un’indagine volta a fornire elementi valutativi di natura tecnica in relazione alle possibilità di fusione. Dunque, non sappiamo ancora che impatto avrà il fenomeno aggregativo sulla popolazione, sull’economia e sulle istituzioni delle due città. Abbiamo bisogno d’avere un quadro preciso e coerente delle caratteristiche istituzionali e funzionali degli enti coinvolti e, cosa ancora più importante, di valutare vantaggi e rischi che, da un punto di vista socio-economico, investono i due comuni nella prospettiva di un comune unico. Votare senza avere piena consapevolezza, con una benda sugli occhi, è un salto nel vuoto troppo rischioso.
3) PIU’ SIAMO, PIU’ PAGHIAMO (EFFETTO DISECONOMIE DI SCALA).
Uno studio effettuato dall’Istituto SOSE afferma che un aumento della popolazione non sempre equivale ad un risparmio in termini di “spesa procapite”, anzi! Nel nostro caso, un aumento così massiccio della popolazione, porterebbe inevitabilmente ad un aumento di spesa pari a circa 100 euro per residente (legato all’aumento dei costi di gestione dei servizi). Moltiplicati per il numero di abitanti, il nuovo comune unico, per garantire lo stesso ed identico grado di servizi, si ritroverebbe a sostenere una spesa più alta di ben 8 milioni di euro. E come potrà ovviare a questo? Semplice, spingendo l’acceleratore sulle tasche dei cittadini o (laddove possibile) aumentare il margine di indebitamento. Il tutto, va inevitabilmente a scapito del piccolo/medio contribuente, già declassato dall’attuale tassazione.
4) UNA FUSIONE SI PROPONE, NON SI PROPINA.
Il progetto di fusione è stato promosso e portato avanti unilateralmente dalla classe dirigente rossanese, per nulla in collaborazione con l’amministrazione coriglianese. Ogni richiesta avanzata dal comune di Corigliano è stata snobbata e cestinata come, ad esempio, l’inclusione della città di Cassano allo Jonio in vista del progetto della “Città di Sibari”. Da ciò si evince un percorso a due velocità in cui Corigliano rischia di assumere una posizione di subalternità nel dibattito. Questo è inaccettabile.
5) VOGLIAMO PIU’ GARANZIE.
La normativa vigente, seppure fortemente lacunosa, prevede che le due comunità possano approvare un nuovo Statuto che entrerà in vigore non appena ratificata la fusione. Questo per garantire che “alle comunità dei comuni oggetto della fusione siano assicurate adeguate forme di partecipazioni e di decentramento dei servizi”. E’ stato fatto? Ovviamente no. Dunque nessuno potrà mai garantire alle due comunità un’entrata paritetica in luogo di Città Unica.
6) BILANCI: OGGETTO MISTERIOSO.
Non essendo stato predisposto uno studio di bilancio e nessun’altra valutazione preventiva sulle finanze dei due comuni coinvolti, non sappiamo se l’armonizzazione dei bilanci graverà in misura maggiore su una delle due città coinvolte o meno. Prendendo l’esempio di Casali del Manco si potrà notare come i servizi dei rifiuti, per gli abitanti dell’ex Casole Brutio, hanno avuto un sensibile aumento. Nel nostro caso, c’è preoccupazione sui saldi di tesoreria dei due comuni: Corigliano ha un saldo positivo di circa 5 ,5 milioni di euro; Rossano un saldo negativo di 860 mila euro. Lo stesso assessore al bilancio di Rossano, Nicola Candiano, in un’intervista rilasciata all’Eco dello Jonio, afferma che i conti comunali rossanesi sono affetti da una condizione di “febbre alta”. Questo in relazione ad una nota della Corte dei Conti calabrese che non esclude, per Rossano, la condizione di dissesto, causa importanti debolezze nel bilancio rossanese ed un saldo di cassa perennemente negativo. Il 30 Gennaio 2017, il Sindaco Geraci chiede di poter verificare analiticamente lo stato dei conti rossanesi, senza però ricevere alcun riscontro. La richiesta, dunque, è stata immediatamente cestinata. Secondo voi perché?
7) TERRITORI VASTI E DIVERSI.
Il comune unico, se si dovesse realizzare avrà una superfice maggiore di quella della città di Milano con una popolazione venti volte minore. Come si pensa di gestire questa situazione? Come si pretende di costruire una rete amministrativa capace di servire l’intero territorio? Ed a che costi? Oltretutto, le due città sono opposte per costituzione “fisica”: Rossano è sostanzialmente baricentrica (un centro urbano ed un centro storico) mentre Corigliano è la città delle 100 frazioni. Come si armonizza questa differenza strutturale?

8) REFERENDUM CONSULTIVO CHE HA TRASFORMATO IL SUO RUOLO.
Il referendum che si terrà il 22 ottobre dovrebbe essere considerato il primo passo verso la fusione, ovvero di inizio della discussione. Al contrario, nella realtà, si è trasformato nell’atto conclusivo di una discussione estremamente rapida e disarticolata. Avendo, nei fatti, cambiato la sua natura, ed essendosi trasformato in una sorta di referendum abrogativo (si chiudono due città e se ne crea una nuova), sarebbe utile ragionare sull’introduzione del quorum e, di conseguenza, sulla partecipazione dei cittadini. Pensare che, nel caso di una partecipazione ridotta (magari sotto al 40%), si possa cestinare tutto, ci sembra un azzardo pericoloso. Soprattutto perché, nel preambolo alla Delrio (la legge che dovrebbe incastonare la disciplina della fusione), si parla di necessaria e forte idea, nelle popolazioni coinvolte, del processo di fusione come inevitabile. Si può dire questo nelle nostre comunità? Il processo di Fusione, è davvero condiviso e ritenuto vitale dalla maggioranza dei cittadini?
9) LEGGE QUADRO REGIONALE INCOMPLETA E PERICOLOSA, URGE UNO STOP&GO.
In questi mesi, anche alla luce di altri progetti di fusione/unione di Comuni, è iniziata una discussione sulla necessità di predisporre strumenti legislativi più adeguati e più completi. C’è sul tavolo una proposta dei consiglieri Sergio e Greco che cerca di mettere ordine. Occorre una risposta legislativa sicura, che possa dirimere dubbi ed incertezze sorte in seno di processo aggregativo. Dubbi che in questi giorni sono stati ripresi anche dall’Amministrazione coriglianese che, sebbene abbia votato l’atto d’impulso in consiglio con evidente leggerezza, oggi si mostra preoccupata sulla questione. Perché quindi non scegliere di fermarsi un momento per ridiscutere e chiarire questi dubbi? Cos’è un anno nella vita amministrativa di un intero territorio?
10) SIAMO UNA COMUNITA’ COESA E CONVINTA?
Come già detto, ogni processo di fusione, deve avere alla base la percezione delle popolazioni coinvolte come di un qualcosa di inevitabile e “naturale”. Questo è innegabile che non è il sentimento comune alle due città. La discussione langue ed è ristretta a poche decine di cittadini. Le voci politiche che partecipano attivamente alla discussione sono poche e, spesso, tendono a non parlare con chiarezza. Ed in queste condizioni, che tipo di progetto potrebbe nascere? Un qualcosa che ha le sembianze più simili ad una scommessa che ad atto consapevole. Non può bastare la necessità, condivisa da entrambe le parti, che occorre costruire uno strumento capace di risolvere la crisi che attanaglia questo territorio. Lo strumento deve essere certo e le condizioni valutate con feroce realismo. E dovrebbe essere soprattutto condivisa l’idea che occorre ribaltare l’agenda politica nazionale, sempre meno interessata alle sorti del meridione d’Italia. Se non muta questa “precondizione” non possiamo sperare che altre “surrogate” possano sconvolgere l’esistente. Ed, ancora una volta, in questa incertezza, appare necessario muoversi non sulla mera speranza ma nella certezza scolpita nella roccia!

Alberto Laise
Mattia Salimbeni