Le ultime vicende che hanno caratterizzato la storia e la vita di questo territorio, impongono una riflessione responsabile ed attenta rispetto ad una nuova e più matura condizione del cittadino che diventa il protagonista, forse persino inconsapevole, principale degli stessi eventi. Questa novità, che può anche provocare un naturale smarrimento di fronte a processi che appaiono complessi forse anche per una naturale abitudine all’esistente, in realtà danno ai cittadini la possibilità di recitare un ruolo preminente rispetto al passato ed a pratiche che lo hanno visto spesso escluso ed in una posizione d’assoluta marginalità. 

E questo territorio, che ha sempre pagato un prezzo altissimo a questa condizione e si è visto relegato ad un ruolo marginale e periferico rispetto alle grandi decisioni che la politica ha preso.

Ci sembra pertinente ricorrere alla lucida riflessione del professore Giovanni Sartori, contenuta in alcune sue importanti pagine, quando annotava che: “Nel significato letterale del termine cittadino (civis) è chi vive nella città (civitas). Qui, la nozione – diciamo – topologica di cittadino non interessa. Così come non ci interessa la cittadinanza definita da un passaporto. Interessa invece la contrapposizione tra cittadino e suddito, e per esso la nozione propriamente politica di cittadino. Il suddito è un dominato, chi è schiacciato dal potere, chi non ha nessun potere (nei confronti del suo Signore o Sovrano). Invece il cittadino è titolare di diritti in una città libera che gli consente di esercitarli. Mentre il suddito non conta – non ha nemmeno voce – il cittadino conta: ha voce, vota, e partecipa, o quantomeno ha diritto di partecipare alla gestione della res publica.”

Questa distinzione, dove per suddito s’intende il cittadino che non partecipa, che subisce e che non reagisce rispetto a ciò che non funziona nel suo vivere quotidiano, si deve accompagnare con quella che definisce la fusione tra due o più comuni come il momento culminante di un processo temporale e sociologico in cui le comunità interessate, de facto, hanno un comune sentire che li vede come una sola grande comunità.

Occorre comprendere come, entrambe le parti dell’equazione, abbiano bisogno di completare il loro percorso. Da un lato la consapevolezza piena del ruolo di cittadino all’interno di una città che, in un mutato clima socio-politico, ha potenzialità incredibili sia in termini di speranza sia in termini d’innovazione amministrativa, sociale, politica e culturale. Innovazione dovuta proprio al suo essere “nuova” e, quindi, fertile rispetto ad un possibile cambiamento dell’esistente. Dall’altro la costruzione del nuovo cittadino di Corigliano-Rossano che sia consapevole del proprio ruolo, dei propri diritti e dei propri doveri all’interno di una realtà che si sviluppa intorno a lui ed alle sue aspirazioni. Questo in un comune sentire, ancora tutto da costruire, che rappresenta la prima grande sfida a cui dobbiamo dare risposta.

Quindi un cittadino che prende piena consapevolezza del suo essere motore ideale e materiale di questo processo, che prenda consapevolezza pieno del suo diritto a scegliere, a decidere, a proporre, a partecipare alla costruzione della nuova città mettendo al centro sia gli interessi ed i bisogni collettivi, sia la soddisfazione di bisogni individuali che vadano oltre il semplice “sopravvivere”.

Uomini e donne che non dovranno solo aspirare ad una partecipazione piatta e passiva rispetto alla realizzazione del suo destino di cittadino ma che dovranno pretendere altro. Chiedere che non ci sia solo un’eterna discussione sui temi classici: tasse troppo onerose, servizi che non funzionano, strade rattoppate ecc. Temi certamente importanti ma che occorre ricollocare nella normale dialettica politico-amministrativa a cui dare soddisfacimento e questo sarà il compito che si dovrà porre la nuova amministrazione. La sua vera aspirazione deve andare oltre: partecipazione diretta alla vita amministrativa della città attraverso gli strumenti previsti dalla legge e, laddove possibile, attraverso nuove forme d’impegno da creare all’interno del tessuto cittadino. Il cittadino dovrà prendere piena consapevolezza dei suoi diritti, che non si limitano ai normali servizi ma che spaziano dalla fruizione di verde pubblico ed aree attrezzate per i loro figli ad eventi culturali, da un ambiente sano alla tutela effettiva del diritto alla salute che non è solo limitato al mero ricovero ospedaliero. Sicurezza rispetto a tutto ciò che potrebbe rompere i suoi equilibri personali e familiari (lavoro precario e malpagato, sicurezza stradale, mancato sostegno rispetto alle debolezze familiari e tanto altro). Il diritto ad essere libero di scegliere rispetto alle proposte che verranno portate alla città e che, in passato, troppe volte sono state piegate a regole ingiuste e corrotte. Non la traduzione di un concetto di “comunità” che rischi di sovrapporsi ad un’Arca di Noè dove tutto e tutti trovano riparo ma che, poi, portano alla riesumazione di un modello fallimentare che ha solo l’apparente facciata di “cambiamento”; piuttosto un percorso di autodeterminazione che, ancora una volta, si realizza nella piena, libera e consapevole partecipazione alla scrittura di un programma, di un decalogo di bisogni che meritino attenzione e, soprattutto, realizzazione.

Questo cittadino, che prende atto dei suoi diritti e che percepisce la reale possibilità di incidere profondamente nel processo di costruzione e di realizzazione della nuova città e del, conseguente, soddisfacimento dei suoi bisogni ideali e materiali, è padrone del suo destino e può diventare consapevole protagonista di un viaggio che non ha eguali nel nostro territorio.