di FABIO MENIN
E chi s’ immaginava nel 1984 quando decisi di ritornare nella mia terra natia la Calabria di dover fare i conti, tra i banchi di scuola, anche con un estroso quanto brillante studentello che sarebbe diventato campione europeo di pallavolo?

Io che venivo dalla Torino dove avevo visto Bertoli e i tanti campioni della Klippan perdere nella sfida europea contro il CSKA di Mosca dopo due set stravinti farsi sfuggire la partita ad opera di una riserva, un tappetto, un certo Kondra che sapeva prendere tutte le nostre schiacciate e ci aveva praticamente rubato la coppa Europa dalle mani? Mai e poi mai avrei pensato di trovare nella Calabria , nella Rossano oggi CoriglianoRossano un campione di razza , DANIELE LAVIA capace insieme a tredici compagni di espugnare l’Europa.
Ho conosciuto, ho avuto la fortuna di conoscere fanciullo questo giovane per 3 anni: io cercavo di trasmettergli qualche rudimento di geografia, di storia, e qualcosa anche d’Italiano, ma lui faceva finta di apprendere da me e in realtà mi dava lezioni di vita tutte le mattine che lo incontravo. Una battuta, anzi mezza battuta tra un sorriso ammiccante e uno sguardo e vedevi tutti i compagni che ridevano a crepapelle e gli si appiccicavano come le mosche. In classe lo conobbi negli anni, per l’affetto che mi portava e la simpatia che sprizzava da tutti i pori, oltrechè per i compiti scritti di storia e geografia ( a domande ) che non piacevano a sua madre, rimasta alle interrogazioni orali. Ma chi era Daniele davvero cominciai a comprenderlo osservandolo giocare a 10 anni nel palasport di Rossano. Dodici bambini in campo, ma uno solo che toccava la palla sempre e sempre punto faceva, davanti, dietro, sottorete, fuori dalla rete. Qualche anno dopo lo rividi a Corigliano volley, al Palabrillia e rimasi sbalordito: il campo di gioco misura 81 metri quadri, nove per lato. Non riuscivo a capire come faceva un ragazzo alto 1,90 a 16 anni a coprire il suo campo ogni qualvolta la palla cercava di cadere per terra. Sembrava una partita a flipper , non ne lasciava cadere a terra neppure mezza , solo qualche sbavatura, a volte in ricezione, una grande possanza fisica in attacco e ogni due o tre punti una palla magica d’astuzia, di pallonetto, che lasciava gli avversari come le mummie davanti a uno specchio di ghiaccio. A 17 anni lo rividi in Puglia Castellana Grotte , questa volta in allenamento coi pesi e poi anche in partita lo salutai con una battuta , ci vediamo in nazionale. Lui mi guardò sorrise, sornione e scosse il capo e pronunciò tra le labbra senza farlo uscire un no smorzato nel tono, ma deciso col capo. Mai una volta che lo abbia ascoltato con le mie orecchie vantare le sue qualità, sempre umile, coi piedi a terra, come un bambino che sogna di volare sopra la rete e conserva già il suo film nell’animo, ma davanti al tempo che passa ogni giorno più avanti lo vedi attaccato come una roccia sul terreno , sogno e sorriso negli occhi , ma piedi ben piantati nell’umile terreno di coltura delle cellule che sanno stare oltre e sopra i sogni di bambino.
Oggi insieme a tredici grandi compagni di squadra è salito sul trono più alto d‘Europa, in una partita dove col cuore e con la lucidità dell’ingegno e la costanza di un marinaio di lungo corso ha saputo trascinare i compagni tra il secondo e il quarto set alla vittoria. Nell’ultimo decisivo set il tie break l’allenatore Degiorgi fine psicologo oltrechè super coach gli ha affiancato un mancino che da posto due insieme all’altro mancino Michieletto hanno piegato la Slovenia, reduce da una battaglia vinta tre a zero contro i campioni del mondo i polacchi.
Ci sono momenti, attimi della vita che corre in cui comprendi di avere avuto tra le mani l’argilla che riesce a fondere insieme bellezza, forza, lucidità, ingegno, pazienza, fantasia e capisci, davanti a un campione di razza come Daniele Lavia che il mondo in cui viviamo, al di là delle nostre miserie, dei nostri egoismi, delle nostre debolezze, e delle nostre speranze racchiude in sé una forza magica, nel futuro capace di concentrare in pochi micron l’energia della vita .
FABIO MENIN