Carissimi fratelli e sorelle,
«Caritas Christi urget nos»! (2Cor 5,14)
È la carità, è l’amore a radunarci qui, questa sera, nell’annuale Festa della Madonna Achiropita. È l’amore che ci raduna e, allo stesso tempo, ci chiede qualcosa. Qualcosa di grande, quest’anno, di particolarmente grande. L’amore, la carità, ci invia!

Con questa solenne Concelebrazione Eucaristica iniziamo, infatti, l’Anno della missione che è, in un certo senso, anche anno della carità. Un anno che si pone in logica continuità con l’Anno della fede, che chiuderemo il 30 novembre prossimo, e ci proietta in avanti. Un anno dal quale mi aspetto molto, dal quale Dio si aspetta molto, da ciascuno e da tutti noi come Chiesa.
«Caritas Christi urget nos (2Cor 5,14). La missione: un amore “urgente”»1: è il titolo che ho voluto dare alla Lettera Pastorale che, come di consueto, consegno in questo giorno alla diocesi, riprendendo le parole di Paolo ai Corinzi che abbiamo ascoltato dalla seconda Lettura.
Siamo amati, perciò mandati. «L’amore del Cristo» per noi e per tutti è il vero motivo della missione. Noi dobbiamo sentire questo amore ardere nel cuore; dobbiamo sentire che questo Suo amore ci «possiede», come dice Paolo, e allo stesso tempo ci spinge. L’originale greco – synéchei – è un verbo molto complesso e bello che ha vari significati: «tenere insieme, sostenere, guidare, sospingere, abbracciare, stringere, travolgere, reclamare, obbligare, costringere, opprimere, affliggere, comprimere, sequestrare e tormentare»2. Sì, l’amore di Cristo fa tutto questo in noi e si trasforma in una missione urgente, che mi piace oggi riassumere in tre verbi tratti dalla Parola di Dio: accogliere, andare, mettere in comune.

1. Accogliere
È la prima parola che consegno, salutando con grande affetto tutti voi, anzitutto le autorità civili e militari, i signori sindaci che ringrazio per la presenza e l’amicizia. Un pensiero va al carissimo sindaco di Rossano, assente per motivi di salute. Assieme a loro, vogliamo guardare alla nostra storia di cittadini e di fedeli come a una vicenda che ci accomuna nell’interesse all’uomo, alla sua crescita, alla sua promozione. E, mentre non nascondiamo la preoccupazione profonda per le problematiche sociali, politiche ed economiche nelle quali siamo ancora immersi, sentiamo, aiutati dalla tradizione e dalla cultura della nostra Calabria, che davvero quel mandato di accoglienza, che anche Papa Francesco ha recentemente richiamato nel tempo della sua preziosa missione a Rio de Janeiro, può e deve vincere la pericolosa cultura della scarto e della corruzione.
Non c’è progresso, non c’è civiltà e non c’è neppure il criterio minimale della giustizia in una società che scarta, che dimentica, che elimina i suoi membri; in un popolo che discrimina i suoi figli. Vorrei gridarlo forte, proprio all’inizio di questa Eucaristia e proprio pensando alla missione che ci attende. Una missione che sollecita la Chiesa nel suo irrinunciabile annuncio evangelico; una missione che, con umiltà e speranza, sento di affidare anche a voi, carissimi amministratori della cosa pubblica. Vi chiedo, col cuore in mano, di provare ad adottare criteri di accoglienza e inclusione come fonte di ispirazione e di decisione per le scelte politiche e amministrative; e vi assicuro che potete contare sempre più sulla collaborazione della comunità ecclesiale per affrontare e risolvere problemi, laddove il rispetto di tali criteri sia assicurato. E’ un grido che vorrei declinare come un credo:
Noi vogliamo accogliere, noi vogliamo includere, noi vogliamo credere con forza che ogni persona ha un ruolo unico nella storia e nel contesto di vita; per questo, noi vogliamo affermare che, nella nostra storia e nella nostra terra, c’è posto non solo per i potenti e i vincenti ma anche per i poveri e i derelitti, gli stranieri e i disoccupati, i sofferenti e i più piccoli, come quel piccolo feto che solo qualche giorno fa è stato ritrovato buttato, come materiale di scarto, nelle strade di Mandatoriccio, richiamandoci ancora ad un’accorata riaffermazione del valore intangibile della vita umana.
Nella nostra terra, nella nostra Chiesa c’è posto per tutti, perché nessuno è uno scarto umano!
C’è posto per tutti, anche per i peccatori, come tutti siamo. Solo non c’è posto, come direbbe ancora il Papa, per i corrotti, coloro che lasciano entrare nella propria vita e nell’ambiente quel male che opera processi irreversibili di decomposizione dell’umano, della giustizia, della verità.
Sì, noi vogliamo vincere la cultura dello scarto e della corruzione! Ma non possiamo farlo senza di voi, cari amministratori, chiamati a costruire una città nella quale tutti i membri si sentano nella propria casa; una casa fatta non solo di confini territoriali ma di legami di attenzione e cura. Sono questi legami che possono risvegliare nella coscienza civile quel senso di responsabilità verso l’umano dal quale non dobbiamo più fuggire e possono contrapporre, alla cultura dello scarto e della corruzione, la cultura dell’incontro, della trasparenza, della solidarietà, di cui sempre più avvertiamo il bisogno. È così, cari amici, che la città diventa civiltà!
Apriamo, dunque, le porte gli uni gli altri; accogliamoci, questa sera e sempre. Accogliendovi anch’io, saluto tutti i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, i laici impegnati, le famiglie della diocesi, i malati, i carcerati, gli emigrati che tornano a casa per le vacanze, i turisti. E saluto con grande calore i giovani, nel cui cuore è ancora viva l’eco del grande mandato ricevuto da Pietro, e perciò da Gesù, nella Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro: «Andate e fate discepoli tutti i popoli»(cfr. Mt 28,19).

2. Andare
Anche noi, oggi, riceviamo questo mandato missionario dalla Parola di Dio proclamata nel versetto alleluiatico. Avremmo, quest’anno, dovuto celebrare il Sinodo dei giovani ma non c’è ancora, nel cuore dei nostri giovani come nel cuore di tutta la diocesi, la maturità necessaria a un efficace coinvolgimento in un evento di così grande significato. Dobbiamo crescere di più come Chiesa per recuperare quel significato del Sinodo e di ogni evento ecclesiale che è l’impegno missionario.
L’Anno della missione, pertanto, si rivela come tempo propizio che il Signore ci dona per riflettere e crescere. Lo considero, in un certo senso, un anno spartiacque nella vita della nostra Chiesa: un anno di svolta, al quale è come se il cammino di questi anni ci avesse preparato, inaugurando una fase nuova, decisiva, che ci vuole popolo di Dio in missione, che ci vuole tutti missionari!
È questa, se ci pensiamo bene, una fase che tutta la Chiesa sta vivendo, spinta in avanti dallo Spirito anche attraverso l’elezione di Papa Francesco. Ai piedi della Vergine, voglio ringraziare ancora una volta Dio per il dono di questo Pontefice in questo momento della storia e della vita della Chiesa, certo di interpretare i sentimenti del popolo di Dio ma consapevole che le sue parole, i suoi gesti e la sua testimonianza viva, che tanto ci toccano il cuore, devono essere accolti in un monito che tocca particolarmente, oggi, la nostra Chiesa diocesana: «Andate!».
È un verbo che ci spinge ad aprirci, a muoverci, a raggiungere luoghi e cuori per portare il Vangelo. È un verbo che, nelle pagine della Lettera Pastorale, vi propongo di declinare all’interno di un binomio: «andare – vivere». Infatti, «bisogna uscire per andare, bisogna uscire da se stessi per accogliere il mandato di Cristo». Ma bisogna, come ha detto Paolo, che «quelli che vivono non vivano più per se stessi ma per lui» (2Cor 5,15). Ecco, allora che «l’uscire da se stessi, movimento necessario all’andare tipico della missione, coincide col non vivere più per se stessi. Si tratta, come per Paolo, di vivere una vita nuova che è, in se stessa, vita di missione, vita missionaria»3. E questo ha delle conseguenze enormi: per raggiungere quelle periferie geografiche ed esistenziali che Papa Francesco non smette di indicarci è, infatti, necessario un cammino non solo fisico ma interiore.
Un cammino che, pur essendo personale, si può fare solo insieme. Gesù non dice «vai» ma «andate»; la missione non decolla senza il recupero di un senso autentico di comunione ecclesiale! D’altronde è questo, se ci pensiamo bene, il primo risultato dell’uscita da se stessi: la comunione effettiva ed affettiva.
È proprio vero: la nostra Chiesa saprà accogliere la sfida della missione nella misura in cui saprà accogliere la sfida sempre nuova ed esigente, concreta e profonda, della comunione: comunione tra vescovo e popolo, tra presbiteri e laici, di presbiteri e laici tra loro…
Affidando il mandato missionario lo dico a te, parrocchia; a te, prete; a te, consacrato; a te, famiglia; a te, giovane, a te gruppo e movimento ecclesiale … Uscite, usciamo dalle nostre chiusure e autosufficienze; usciamo dalle nostre piccole comunità, che a volte si moltiplicano facendo perdere il senso unitario dell’unica comunità che è la Chiesa. Usciamo! È nella comunione che la Chiesa si edifica. È dalla comunione che si attinge quell’amore urgente che chiedo per la mia Chiesa nell’Anno della missione e che ci spinge a mettere in comune il nostro tesoro, Cristo.

3. Mettere in comune
Il Vangelo (Lc 1,39-45) ci mostra  Maria che va in fretta a mettere in comune Gesù con Elisabetta. Ella, che già Lo porta nel grembo, comprende che, per essere pienamente madre, non dovrà tenere il Figlio per sé, non dovrà chiudersi nell’autocompiacimento di “possederlo”, ma dovrà sempre, da allora e fino alla fine dei tempi, generare Cristo in ogni creatura.
Per vivere la missione, la Chiesa è chiamata a riscoprire questa maternità senza confini, imparandola da Maria ma anche da ogni madre, da ogni donna. In un tempo in cui spesso la nostra nazione – anche il nostro territorio – ha registrato con tristezza il diffondersi del terribile crimine del cosiddetto “femminicidio”, desidero riaffermare la missione della donna nella Chiesa e nel mondo, ricordando, proprio in questi giorni, il XXV Anniversario della Mulieris Dignitatem, grande tributo di Giovanni Paolo II al carisma della femminilità.
Maria, però, capisce che la sua missione di maternità universale parte dall’attenzione concreta a chi le sta accanto e che per mettere in comune Gesù, prima con Elisabetta e poi col mondo, deve mettere in comune con lei il suo tempo, la sua fatica, la sua quotidianità, le sue risorse. Sgorga così il Magnificat, un canto che è quasi il contenuto della missione, annuncio di quella misericordia di Dio che libera e salva. E come vorrei che in questo anno il canto del Magnificat rifiorisse dalle labbra e dalla vita della mia Chiesa, fino a raggiungere le nostre periferie!
A volte, però, ci sembra che la salvezza non si faccia strada: vediamo che i superbi sembrano vincere e i poveri continuano a soffrire; che i ricchi rimangono ricchi e gli affamati diventano sempre più affamati…
Perché, ci chiediamo, Dio non stravolge la storia, come sembrava aver promesso?
Cari amici, Dio non forza la storia ma la cambia con le mani dell’uomo: ecco la missione!
Tutti sono destinatari del Vangelo e Dio vuole che tutti, anche i ricchi, i superbi e i potenti, cantino il Magnificat, che evangelizzino, che portino Lui, che si salvino e salvino i fratelli. Vuole che si svuotino le loro mani perché sia ricolmata la fame di coloro che veramente muoiono di fame, che si svuoti la loro superbia perché sia rispettata la dignità dei poveri, dei piccoli, di ogni persona.
Il Magnificat annuncia un nuovo ordine, inaugurato dalla presenza di Cristo, che include e supera la giustizia sociale. Gesù, già dal grembo di Maria, grida che non possiamo portare il Vangelo se la nostra superbia schiaccia i piccoli, se la nostra ricchezza toglie il pane di bocca al fratello!
L’Anno della missione chiede, a tutti noi, di rivedere, in questa luce, quella destinazione universale dei beni che è la vera perla dell’insegnamento sociale della Chiesa: non un appiattimento economico, per cui il possesso è negato in quanto considerato sbagliato, ma quella generosità solidale, che fu la stessa di Maria, che nasce dal cuore di chi riconosce nei propri beni, nel lavoro, nel guadagno, un dono di Dio e sa che questo non serve solo al proprio benessere ma alla promozione dei poveri e alla crescita dei fratelli; e con essi va condiviso per fare più bello il mondo.
Ecco che nel clima attuale, in cui la ripresa economica non sembra ancora così concreta, la Chiesa ha la responsabilità delicatissima di riconoscere che la missione evangelizzatrice parte dalla cultura del mettere in comune, in contrasto con la cultura dello scarto che cancella e svilisce. Essa va vissuta in modo sempre più esplicito e può diventare una forte provocazione e una vera profezia.

Conclusione
Carissimi fratelli e sorelle, a tutto questo bisogna educarsi.
Sì. bisogna educarsi e educare alla missione. E noi lo faremo anche attraverso iniziative concrete, alcune delle quali verranno meglio annunciate in occasione del Convegno Diocesano che avrà luogo dal 18 al 20 settembre e al quale vi invito a partecipare.
Penso, anzitutto, all’importante missione popolare che si svolgerà in contemporanea, per due settimane, in tutte le parrocchie della diocesi. Penso al Pellegrinaggio che vorremmo organizzare come diocesi in Cina, seguendo le orme di Matteo Ricci e interpretando l’urgenza d’amore di coloro che, come San Francesco Saverio e come tanti ancora oggi, hanno raccolto la speciale vocazione a portare Cristo ai popoli più lontani e apparentemente ostili, mettendo in gioco le proprie certezze, le proprie comodità, persino la propria vita. Vorrei che pregassimo per il padre Gesuita  Paolo Dall’Oglio, scomparso in Siria.
E penso alla speciale preghiera che vorrei in quest’anno ci accompagnasse. Per questo, nella Lettera Pastorale, mentre affido in modo particolare l’Anno della missione ai nostri due monasteri di vita contemplativa, chiedo che ogni comunità svolga una Lectio Divina continua sul libro degli Atti degli Apostoli. La prima lettura ci ha mostrato come, agli inizi della Chiesa, essi invocassero insieme lo Spirito Santo, il vero protagonista della missione e, grazie alla Sua forza, raccogliessero il mandato missionario lasciato loro da Gesù, portando il Vangelo fino ai confini della terra.
Con loro, come con noi stasera, c’era Maria. A Lei, «Madre dell’amore urgente», si rivolgeranno i nostri cuori, con una preghiera che, per tutto l’Anno, reciteremo con fiducia in ogni Eucaristia, e che oggi deponiamo nel cuore della nostra Madonna Achiropita, consacrandole sforzi e frutti dell’Anno della missione; consacrandole il nostro cuore e le nostre mani perché ci faccia missionari generosi e gioiosi del Suo Figlio Gesù.
E così sia!
 Santo Marcianò