“In qualità di rappresentante sindacale dell’Organizzazione Autonoma Polizia Penitenziaria (O.S.A.P P.), si ritiene doveroso chiarire e dare la giusta informazione ai cittadini in relazione al sit-in attuato davanti al carcere di Rossano domenica 25 ottobre 2020, 

attraverso il quale si è voluto deliberatamente offendere e denigrare quanti lavorano nella Casa di Reclusione di Rossano. In un periodo così buio e drammatico per il nostro Paese, alle prese con una pandemia che semina morte e miseria, si resta davvero sorpresi constatare che manifestanti della domenica hanno inteso sostituirsi agli organi preposti al controllo dei penitenziari, affermando che nel carcere di Rossano la dignità e i diritti dei reclusi sono calpestati”.
È quanto afferma, in una dettagliata nota, Nicola Agazio, componente della segreteria provinciale O.S.A.P.P. di Cosenza.
“L’iniziativa ha divulgato un messaggio lesivo delle Istituzioni coinvolte nella gestione e tutela dei detenuti oltre a mortificare l’onore, il decoro e il lavoro delle persone preposte alla gestione, controllo e tutela di chi è privato della libertà. Un’offesa grave che non può, passare in sordina; non può essere tollerato che si butti fango sull’onorabilità di tanti lavoratori, in primis sui poliziotti penitenziari, che ogni giorno si spendono per garantire la legalità e il rispetto delle leggi dello Stato in un luogo tanto difficile e complesso come è il carcere. Meraviglia come professionisti del diritto e formatori universitari – spiega Agazio – non abbiano considerato l’importante ruolo che l’ordinamento dello Stato assegna alla Magistratura di Sorveglianza preposta al costante monitoraggio delle condizioni in cui versano gli istituti di pena e il trattamento riservato agli ospiti nonché a ricevere e valutare anche le doglianze dei detenuti attraverso i reclami, qualora ritengono che vi siano stati prevaricazioni, soprusi e abusi nel riconoscere e garantire loro i diritti. Che nel carcere di Rossano le condizioni di vita dei detenuti sono più che dignitose e i loro diritti sono riconosciuti e garantiti è risaputo e ciò anche grazie all’inflessibile dedizione degli operatori penitenziari e dei tanti professionisti che danno ausilio e prezioso supporto alle varie attività e servizi. Chi afferma il contrario è in malafede, mente sapendo di mentire. Altrettanto noto è che la Polizia penitenziaria è inflessibile nel garantire l’osservanza delle norme da parte della popolazione detenuta tutta, terroristi compresi. Si tranquillizzino i dimostranti della domenica – prosegue Agazio – poiché lo standard di vita dei reclusi di Rossano è in linea con quello dei penitenziari della Repubblica. Invero i compagni hanno voluto manifestare la loro vicinanza non ai detenuti ma al pluriassassino Cesare Battisti ospitato da circa un mese nel carcere rossanese, in una sezione dedicata ai condannati per terrorismo. Appare davvero strano che la dignità delle persone recluse a Rossano è venuta meno proprio in concomitanza con l’arrivo dell’ergastolano Battisti, come strana è la scelta del penitenziario di Rossano per chiedere dignità per tutti i detenuti atteso che in vent’anni mai nessun sit-in è stato organizzato dai compagni pur in presenza di rivendicazioni davvero importanti per tutti i detenuti (amnistia, indulto, ergastolo ostativo). Pretestuose e strumentali sono le lamentele che i compagni manifestanti asseriscono di aver appreso, in ordine alle condizioni in cui versano i condannati ospitati a Rossano. Giova ricordare che i detenuti sono separati solo fisicamente dalla comunità esterna. Infatti essi mantengono regolari contatti con i familiari, avvocati, magistrati e possono intrattenere corrispondenza epistolare con chiunque. In virtù di ciò forse è lecito chiedersi come sia possibile che nessuno dei detenuti abbia mai denunciato nulla circa eventuali abusi e/o negazioni di diritti, lesivi della dignità. Ecco allora che pur di mostrare preoccupazione i compagni pongono la loro attenzione sulla gestione covid negli istituti di pena. Verrebbe da dire che se l’incidenza dei contagi nel Paese fosse equiparabile, in percentuale, a quella che si è realizzata negli istituti di pena di coronavirus non se ne sarebbe mai parlato. Il reclusorio rossanese ha attivato una sezione covid ove vengono collocati i detenuti posti in isolamento precauzionale sanitario, cioè le persone provenienti dalla libertà, da altri Istituti o di rientro dalla fruizione dei permessi premio, trascorrono in quella sezione un periodo temporale isolati dalla restante popolazione detenuta e ciò per scongiurare pericoli per la comunità carceraria e ridurre al massimo il rischio di contagio. Proprio grazie alla maniacale osservanza dei protocolli di sicurezza che si è scoperta la positività al coronavirus di un detenuto rientro dalla fruizione di un periodo di permesso premio e quindi ubicato nella sezione covid in assoluto isolamento ed è rimasto in quel luogo, gestito in totale sicurezza, senza alcun pericolo per le persone, operatori o reclusi, che per vari motivi hanno dovuto sostare in quella sezione. Infatti nessuno è stato o ha corso il rischio di essere contaminato, invero il detenuto Cesare Battisti non ha mai corso alcun pericolo. L’opera che principalmente si realizza nel carcere è quella di garantire l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria e, nel tempo della pena, offrire al condannato l’opportunità di aderire a trattamenti individualizzati finalizzati ad un possibile recupero e ad un successivo reinserimento sociale. Varie attività (sportive, ricreative, lavorative e culturali) sono attive nel carcere di Rossano di cui si possono avvalere tutti i detenuti, ovviamente su richiesta. Vi è da precisare che allo stato, per via del coronavirus, l’offerta risulta essere ridotta. In questo ambito la persona detenuta che ritiene di dover restare in ozio non avanza nessuna richiesta di partecipazione alle attività e quindi sta in ozio non per obbligo ma per consapevole scelta. Ancor più pretestuosa e strumentale è la doglianza circa l’offerta alimentare che assicura il carcere di Rossano ai detenuti. La Direzione dell’Istituto garantisce tre pasti giornalieri (colazione, pranzo e cena) e le pietanze sono preparate e distribuite dagli stessi reclusi impiegati in attività lavorativa presso la cucina. Gli alimenti adoperati per la preparazione dei pasti, prima di essere lavorati, sono esaminati da una commissione formata da detenuti che ne attestano la qualità. Il menù settimanale è stabilito da apposita tabelle ministeriale che ne indica anche la quantità spettante ad ogni detenuto. Il menù si differenzia anche in base al credo religioso (per esempio ai musulmani non è somministrata carne suina o prodotti derivati). Giova ricordare che in aggiunta ad ogni detenuto è data la possibilità di prepararsi i pasti autonomamente nella propria cella provvedendo all’acquisto degli alimenti attraverso il servizio sopra vitto. È ovvio che qualora ci si alimenta a carico dallo Stato il detenuto deve in qualche misura adeguarsi e se, un dato giorno, è prevista la somministrazione di penne al sugo non può, per ovvie ragioni oggettive, ottenere riso salvo prescrizione medica. In ordine all’apprezzamento del gusto e della consistenza e qualità delle pietanze erogate in carcere, appare evidente che le lavorazioni culinarie non sono equiparabili con quelle realizzate nei ristoranti francesi o brasilianini. L’utilizzo del computer in cella è consentito per motivi di studio e/o di lavoro. È chiaro che per il possesso è necessario documentare l’attività di studio, per esempio attraverso l’iscrizione ad un corso universitario, oppure documentare un rapporto di lavoro in essere ove, evidentemente, il computer deve essere considerato strumento indispensabile. Nel voler esercitare l’hobby della scrittura non è difficile comprendere che è possibile scrivere libri e memorie anche senza l’ausilio della tastiera. In tal senso la pretestuosità si manifesta indiscutibilmente se si considerano i precedenti; su tutti si segnala il detenuto Pellico Silvio. Inoltre vi è un non trascurabile fattore sicurezza ed in un ambiente particolare, dove sono confinate qualificate menti criminogene, come quelle dei terroristi, anche il pc mal si concilia con le esigenze di sicurezza che nelle sezioni riservate ai terroristi ha standard assai più elevati. Insomma, un criminale terrorista – conclude Agazio – non è certamente un ladro di galline e quindi le misure sono più rigorose e stringenti ma non per questo lesive della dignità. In ultimo, nel penitenziario di Rossano la presenza media giornaliera di detenuti si aggira intorno alle 300 unità, in linea con la capienza regolamentare fissata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Quello di cui è carente il carcere di Rossano è il personale di Polizia penitenziaria, la cui pianta organica è assolutamente inadeguata rispetto alle necessità ed alla complessità della struttura. La grave carenza di risorse umane non consente di dare un’organizzazione del lavoro più corrispondente alle necessità di controllo e di gestione di una utenza detenuta sempre più esigente, soprattutto in presenza di soggetti che confondono una prigione con l’albergo. In chiusura, in rappresentanza, si coglie l’occasione di manifestare sincera e sentita vicinanza e solidarietà per i familiari delle vittime del crimine”.
Fabio Pistoia