Tra fretta, ritardi e processi …il cammino si fa camminando!

Carissimi,
attraverso le attività della Pastorale Giovanile in questi mesi abbiamo avuto modo di conoscere più da vicino il tema che guiderà la prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona. Il passaggio dell’equipe di animatori, che ha accompagnato l’icona di Maria Madre dei Giovani, in molte delle nostre comunità, ci ha ricordato il gesto che ha spinto la Vergine di Nazaret, subito dopo l’annunciazione, ad alzarsi e ad attraversare la collina di Ain Karem per incontrare la cugina Elisabetta.
L’evangelista Luca ci ricorda infatti che Maria «si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39). Un messaggio che è anche uno stimolo e una sfida per i giovani perché ci piace pensarli così i ragazzi e le ragazze di oggi: giovani “in piedi”, non accomodati sul divano, come ci ricordava il Papa, non “appiattiti” soltanto sul presente o su un cellulare, ma pronti ad alzarsi e ad andare incontro agli altri e al mondo, al loro futuro.
Se da una parte questo verbo, “alzarsi”, è indirizzato a loro, ai giovani di ogni continente, non posso non sentirlo rivolto anche a me, a noi come cristiani, soprattutto all’inizio del tempo pasquale inaugurato dalla Risurrezione di Gesù. Lui che si è “alzato”, si è risvegliato alla vita, è risorto, ci ricorda che non c’è sepolcro da cui non si possa venir fuori. Proprio Lui ci ricorda che l’amore vince su tutto! E se Lui è risorto, anche noi possiamo risorgere: tutti noi possiamo fare l’esperienza della risurrezione, alzandoci da tutto ciò che ci trattiene nel sepolcro, da tutto ciò che ci tiene bloccati, frenati o rallentati, impedendoci di camminare.
Certo possiamo pensare che anche Maria, dopo l’Annunciazione, avrebbe potuto concentrarsi su sé stessa, sulle preoccupazioni e i timori dovuti alla sua nuova condizione. Invece no, si fida totalmente di Dio. Pensa piuttosto a Elisabetta. Si alza ed esce alla luce del sole, dove c’è vita e movimento. Malgrado l’annuncio sconvolgente dell’angelo abbia provocato un “terremoto” nei suoi piani, la giovane non si lascia paralizzare, perché dentro di lei c’è Gesù, potenza di risurrezione. Dentro di sé porta già l’Agnello Immolato ma sempre vivo. Si alza e si mette in cammino, perché è certa che i piani di Dio siano il miglior progetto possibile per la sua vita. Maria diventa Tempio di Dio, immagine della Chiesa in cammino, la Chiesa che esce e si mette al servizio, la Chiesa portatrice della Buona Novella. È l’amore che fa risorgere, è l’amore che mette in movimento.

Come non rialzarci, allora, come non sentirci chiamati tutti a risorgere, ad applicare questo verbo alla vita delle nostre famiglie e delle nostre comunità, della Chiesa, della nostra Chiesa, che in questi mesi è stata chiamata ad “alzarsi”, a mettersi in movimento, a rimboccarsi le maniche nel “cantiere” del Sinodo.
“Alzarsi”; un verbo che richiede fiducia, speranza, rischio; un verbo che chiede anche impegno, che sollecita la nostra creatività, la nostra fantasia per intraprendere con coraggio il cammino sinodale di comunione, partecipazione e missione. Un percorso che non deve lasciare indietro nessuno, se non piuttosto bandire ogni pigrizia, scetticismo o sospetto.
Noto invece che nonostante i due anni di cammino, e forse ancor più i 60 anni dal Concilio Vaticano II, ci sono ancora alcuni che non hanno neppure cominciato a recepire le vere ragioni del cammino. E così non si sono “alzati”, non hanno aperto le finestre delle loro comunità, non hanno puntato la sveglia sul giorno inaugurato dal Sinodo in corso, tanto voluto da Papa Francesco.
Sembra, infatti, che la Chiesa Italiana registri ovunque lentezze, ritardi contrari alla “fretta” di Maria, dimenticando che l’appuntamento con la sinodalità è un’occasione da non lasciarsi sfuggire.
Da parte mia non ho altro da raccomandare, non ho un’altra proposta – oserei dire con san Paolo: “non ho un altro vangelo” – se non quello della sinodalità come stile da proporre a tutti.
Se con coraggio il Papa ha affermato: “Il sinodo è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” …chi siamo noi per arroccarci su percorsi sempre uguali, frutto di una pastorale di “manutenzione” più che di una scelta decisamente missionaria? Chi siamo noi per pensare che il sinodo sia soltanto una cosa in più, una proposta tra le altre cui dobbiamo ritagliare qualche spazio all’interno delle nostre abitudini pastorali? La proposta verso cui il Papa ci invita a porre la nostra attenzione e che la Chiesa italiana sta facendo sua con ogni sforzo, è un cammino, non un evento, un processo, non avvenimento, uno stile, non un compitino presto fatto.
In questa direzione vanno le parole del Santo Padre quando all’Angelus dello scorso 16 ottobre 2022, ha detto: “Allo scopo di disporre di un tempo di discernimento più disteso, ho stabilito che questa Assemblea sinodale si svolgerà in due sessioni. La prima dal 4 al 29 ottobre 2023 e la seconda nell’ottobre del 2024. Confido che questa decisione possa favorire la comprensione della sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa, e aiutare tutti a viverla in un cammino di fratelli e sorelle che testimoniano la gioia del Vangelo”.

Se la sinodalità deve diventare la dimensione costitutiva della Chiesa, non possiamo restare seduti, come chi sta a guardare per vedere come andrà a finire. Non possiamo non entrare nel Cantiere della Chiesa che vuole rinnovarsi, cambiare passo, cambiare stile appunto. Non possiamo non recuperare il tempo perduto, non immetterci nel cammino iniziato, non incominciare anche ora a fissare appuntamenti per tutti e con tutti.
Vi invito a leggere, a studiare, ad approfondire e a confrontarvi su queste idee: ci viene consegnata un’ora importante della storia che non ammette ritardi, scuse o giustificazioni. Facciano questo, anzitutto, gli Organismi di Partecipazione che ovunque stiamo rinnovando.

So che mettere insieme le persone, oggi, è davvero complicato, in tempi di così forti individualismi come quelli che viviamo, associati ad una logica di stile autoreferenziale e di competizione che ci tenta e seduce tutti. Ecco allora che lavorare insieme diventa più difficile. Ma i credenti, tutti insieme, abbiamo una profezia da portare avanti e siamo chiamati a viverla rigenerandoci dall’interno per costruire una visione comune di Chiesa e anche di società dove la gratuità, la cura e la comunità abbiano il giusto posto.
So anche che tutte le cose comportano una certa gradualità, ma non inerzie o resistenze. All’opera quindi, duc in altum ci direbbe il santo papa Giovanni Paolo II.
E anche Papa Francesco ci invita ad andare avanti con fiducia, a “non farci rubare la speranza”, nella certezza che, appunto, il Signore ci cammina davanti.
Lo stesso Mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato Nazionale per il Cammino del Sinodo in Italia, ci ricordava che sarà la sinodalità come stile a fare da bussola per la Chiesa della nostra penisola: “Nei prossimi anni non avremo tanto degli Orientamenti pastorali come linee scritte, ma come un percorso comune della Chiesa italiana”, “in cui tutte le diverse anime del cattolicesimo italiano possano alimentarsi a vicenda, e reggersi a vicenda”.

Viviamo, pensiamo e camminiamo insieme, non isolandoci. Pensiamo in grande, oltre il nostro piccolo recinto sicuro… oltre la nostra zona di comfort.
Ci insegni Maria la giusta fretta, spronati da un Papa che, per assurdo, non sembra avere fretta. L’aver smembrato l’appuntamento a Roma in due anni ci dice che la sinodalità, nella Chiesa, è un processo e non maquillage, cioè un frettoloso adeguamento di qualche struttura ecclesiale perché in realtà nulla cambi.
Prolungare il tempo dell’assemblea ordinaria del Sinodo, portandolo da uno a due anni, significa, in fondo, ritenere più importante il metodo rispetto agli stessi singoli temi finora emersi, che pure andranno affrontati. Ma penso anche che prolungare il processo sia un modo per dare a tutti l’opportunità di entrarvi con passione, con entusiasmo, con fiducia, fedeli e pastori, uomini e donne, laici e consacrati, giovani, ragazzi e bambini… proprio come l’invito di Giona ai cittadini di Ninive aveva convinto tutti a iniziare il cammino di conversione e di ritorno a Dio.

Non ci sembri fuori luogo un rinnovato invito alla conversione all’inizio del Tempo Pasquale. La Chiesa comincia ogni volta il suo viaggio dall’Eucaristia, in cui è chiamata a imparare dallo stile umile e generoso di Gesù, e prosegue mediante la sinodalità, una forma di corresponsabilità e di scelta che coinvolge tutti i battezzati, dal Papa in giù, in direzione di quel traguardo che è la crescita della comunione. Il sinodo, dunque, è la strada che parte dall’Eucaristia e cerca le direzioni possibili per arrivare alla comunione e alla missione.
Auguro a tutti la gioia del Vangelo, la forza della Resurrezione, la fretta di Maria e ricordo che “il camino si fa camminando”!
+ don Maurizio

Articoli correlati